
Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato il Patto di Difesa Congiunta della Mecca: accordo di difesa collettiva che collega il Medio Oriente con l’Asia meridionale. Un attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti e tre. Questa formulazione ha suscitato paragoni con la NATO, e il suo articolo 5.
Mettendo insieme un importante produttore mondiale di petrolio, l’Arabia Saudita, un membro della NATO con un’industria della difesa in espansione, la Turchia e uno Stato dotato di armi nucleari, il Pakistan, questo accordo ha il potenziale per rimodellare le dinamiche di sicurezza in Medio Oriente, Asia meridionale e Oceano Indiano, riporta The Conversation. Segnala un cambiamento significativo nel modo in cui le potenze regionali gestiscono la propria sicurezza, orientandosi verso l’autosufficienza strategica in un momento di profonda instabilità regionale.
Tuttavia, l’Accordo della Mecca non è una nuova NATO ma è più corretto intenderlo come una forma di assicurazione strategica per i tre governi. Che si trasformi in un’alleanza militare credibile o rimanga un mero simbolo politico dipenderà interamente da come queste nazioni risolveranno le profonde questioni sottostanti relative ai loro precisi obblighi e ai contrastanti interessi regionali.
L’Arabia Saudita contribuisce con risorse finanziarie, una posizione geografica strategica e influenza nei mercati energetici globali; ha un forte interesse a proteggere le infrastrutture e i progetti di investimento legati alla sua trasformazione economica interna, messi in crisi dai ripetuti attacchi e conflitti nella regione.
La Turchia possiede uno dei più grandi eserciti della NATO e un’industria della difesa in espansione che produce droni, missili, veicoli blindati e piattaforme navali. La sua partecipazione le da un ruolo più importante nella sicurezza del Golfo, opportunità per la vendita di armi, il trasferimento di tecnologia e la produzione congiunta.
Il Pakistan ha un esercito numeroso ed esperto, legami di sicurezza di lunga data con l’Arabia Saudita e strette relazioni di difesa con la Turchia; oltre ad essere, l’unico membro del nuovo gruppo dotato di armi nucleari. Islamabad potrebbe attrarre investimenti, sostenere la sua industria della difesa e rafforzare la sua rilevanza diplomatica al di là dell’Asia meridionale.
L’accordo fotografa le relazioni esistenti piuttosto che creare una cooperazione dal nulla: Pakistan e Arabia Saudita hanno firmato un accordo strategico di difesa reciproca nel settembre 2025; Turchia e Pakistan hanno ampliato la cooperazione in materia di addestramento militare, guerra elettronica e industria della difesa; Arabia Saudita e Turchia stanno ricostruendo le relazioni e approfondendo i legami di difesa dopo anni di tensione politica.
Il patto riflette il calo di fiducia nell’attuale ordine di sicurezza regionale garantito dagli USAe mesoni crisi dalle vicende di Hormuz e del conflitto USA Iran. Ciò non significa che i tre paesi stiano abbandonando gli Stati Uniti; piuttosto, stanno aggiungendo un ulteriore livello di protezione nel caso in cui le garanzie tradizionali si rivelino condizionali, politicamente vincolato o troppo lento durante una crisi. I firmatari hanno descritto il patto come difensivo e non come un’alleanza nucleare, ma questa ambiguità rischia di innescare pericolosi errori di valutazione da parte dei rivali regionali, anziché creare un vero deterrente.
Una promessa di difesa collettiva è credibile solo quando i membri condividono la percezione della minaccia e sono disposti a sostenerne i costi reciproci; nell’Accordo della Mecca non può essere dato per scontato.
Una crisi potrebbe mettere in luce profonde divisioni. La dichiarazione pubblica sull’accordo, inoltre, non chiarisce quale contributo sia richiesto a ciascun paese, né se attacchi da parte di gruppi armati, piuttosto che di stati, attiverebbero l’accordo. Esercitazioni regolari, pianificazione congiunta di emergenza, condivisione di informazioni di intelligence, accordi logistici e difesa aerea e missilistica integrata indicherebbero che l’accordo sta diventando operativo. Un meccanismo di consultazione permanente aiuterebbe i membri a coordinarsi durante le crisi e a ridurre il rischio di incomprensioni.
Senza queste misure, l’accordo potrebbe rimanere un forte segnale politico, ma una debole coalizione in grado di combattere efficacemente.
Antonio Albanese
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