2014: Uk bets on fracking

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REGNO UNITO  – Londra 27/12/2013. Si infiamma il dibattito sul “fracking” in Gran Bretagna, dopo che nelle scorse settimane il governo ha annunciato che da qui alla prossima estate il 40% del territorio verrà messo a disposizione delle aziende di idrocarburi per le esplorazioni del caso. L’asta sulle licenze per la ricerca di carburanti fossili riguarderà 100mila km quadrati, che vanno aggiunti ai 19mila già assegnati nei mesi scorsi ai big dello “Shale gas”, in italiano gas da argille.

Scriveva Il Primo ministro David Cameron, lo scorso agosto, in un articolo apparso sulle colonne del Telegraph, con un attacco piuttosto d’impatto, che «Se non sosterremo  questa nuova tecnologia perderemo una grande opportunità per aiutare le famiglie in difficoltà con le bollette, senza questa tecnologia potremmo perdere terreno in questa  difficile corsa globale».

Grazie ad alcuni studi relativi al sottosuolo inglese (senza specificarne la fonte), David Cameron introduceva la sua critica frontale ai “miti da sfatare” a proposito del  fracking. Secondo i dati in possesso del governo inglese, infatti, ci sarebbero almeno 1.300 mld di metri cubi di gas da argille, su 11 contee esaminate. L’ quivalente della fornitura necessaria per un fabbisogno di circa 50 anni.

Questo “serbatoio” di energie, sul modello di quello che accade negli Stati Uniti dove il 40% delle operazioni vengono eseguite attraverso la procedura del fracking, permetterebbe di dare una forte spinta all’economia, abbassando i prezzi dei consumi e creando tanti di posti di lavoro, prosegue Cameron, «Proprio come il petrolio nel Mare del Nord si creerebbe tutta una filiera nuova, nuove imprese, investimenti e competenze fresche».

Sui miti da sfatare, il Primo Ministro ha tenuto a precisare che il fracking non riguarderà solo alcune aree del paese, come qualcuno ha sostenuto, ma sarà una grossa opportunità che abbraccerà  tutti, perchè in fondo «siamo tutti sulla stessa barca». Le imprese andranno a parlare con la gente nei quartieri, fugando ogni dubbio, offrendo caffè e giornali. Il tutto con la massima disponibilità. 

«Per secoli, la Gran Bretagna ha aperto la strada agli esperimenti tecnologici: una rivoluzione industriale ante litteram, molte delle scoperte scientifiche più importanti che l’umanità conosca, e lo spirito di impresa e di innovazione che ci ha servito per molte decadi. Il fracking è parte di questa tradizione, quindi cerchiamo di coglierla».

Le critiche, ovviamente arrivano da diversi punti, e chissà se David Cameron avrà avuto modo di conoscere il point of view di organizzazioni autorevoli come “Chatham House”, che in una pubblicazione di agosto del 2012 faceva notare che se la «rivoluzione dello Shale gas» non sarà in grado in futuro di garantire forniture di gas a buon mercato,  probabilmente potrebbe essere troppo tardi per affrontare i problemi legati al cambiamento climatico.

Herry Huyton, responsabile della politiche per il cambiamento climatico presso Rspb dichiara di aver richiesto garanzie per le aree più ecologicamente sensibili come parchi e riserve, ricevendo risposte piuttosto deludenti da parte del ministro dell’ambiente. L’idea non viene presa in considerazione perchè costituirebbe un limite all’attività del fracking. 

E cosi mentre il governo lancia simili prospettive entusiasmanti, con grande slancio e ottimismo da parte dei suoi esponenti più coinvolti,  anche il sindaco di Londra, Boris Johnson, si dichiara apertamente favorevole alle trivellazioni e perchè no, anche ad un ritorno al nucleare: «I francesi ci ridono dietro, a noi che per primi abbiamo diviso l’atomo». E poi ancora sui parchi eolici (osservati guidando verso la Scozia): «La sfilata infinita di vecchi e agitati pazzi bianco-vestiti, che gesticolano debolmente a vicenda attraverso i campi e le valli, i mulini a vento, le turbine – in qualunque modo sono chiamati- voglio dire le cose che assomigliano un po’ ad una invasione venusiana orrenda, marciando sopra le brughiere e distruggendo le valle». 

Insomma, La Gb si prepara alla svolta energetica, e non sembra essere ispirata ai principi della green-economy.  Ma vediamo meglio cos’è il fracking, e quali sono i rischi da mettere in conto.

Il termine fracking (o hydrofracking), consiste nella “fratturazione idraulica” orizzontale (horizontal drilling) di una formazione rocciosa di profondità mediante trivellazione. Grazie all’utilizzo di piccole cariche esplosive vengono creati dei fori in maniera da permettere il passsaggio di svariati e imprecisati fluidi chimici dei quali un rapporto del Comitato energia e commercio Usa di aprile 2011 ha fornito dei dati giudicati da altri organismi incompleti, si tratta di  benzene, piombo, xilene, formaldeide, acrilamide, ossido di propilene, acido nitrilotriacetico e non solo.

Oltre a questi agenti chimici – molti dei quali tossici, o addirittura cancerogeni – in un documentario del regista-senatore argentino Fernando Ezequiel “Pino” Solanas, intitolato “La guerra del fracking”, è possibile constatare che aziende americane come Halliburton (la prima a sfruttare il metodo nel 1949), ma anche Chevron,  Cuadrilla (presidente Lord Browne ex capo di British Petroleum) e Bp, utilizzino materiali altamente radioattivi durante questo processo di fratturazione idraulica.

Il passaggio successivo alla trivellazione, l’apertura di microfratture e poi la fase di “riempitura” mediante gli agenti chimici descritti sopra, rendono permeabile il sottosuolo, pronto per il pompaggio.

In questa  nuova fase viene pompata una quantità enorme di acqua (16.000 litri al minuto), addizionata con altri agenti chimici e sabbia. Proprio quella sabbia descritta in un recente articolo del Wsj come il “nuovo oro”, che grazie all’ incremento esponenziale della domanda ha visto aumentare le quotazioni di aziende come la “Hi- Crush Partners” di Houston (+59% nel 2012) o la “U.S. Silica Holding Inc.” che in un anno ha raddoppiato il proprio valore toccando quota 1,9 mld di dollari. Per il fracking, quello della sabbia è un buon business. 

La forte pressione esercitata dall’ acqua, infine, spingerà il metano, il petrolio, o altri gas sui quali si sta lavorando in superficie, dove verranno immagazzinati e portati in raffineria.

Le conseguenze sul piano ambientale, sulla salute degli esseri viventi cosi come sui rischi di contaminazione per la catena alimentare non sono da sottovalutare. Le notizie che registriamo riguardo ai microsismi per ora ci parlano di fenomeni piuttosto localizzati e di lieve intensità, ma certamente una tenuta superficiale estesa dei terreni può causare in futuro danni incalcolabili. Sui dati relativi a casi di intossicazione o avvelenamento  dell’ecosistema esistono esempi ampiamente documentati in Texas, Ohio e Colorado, dove in alcune abitazioni dai rubinetti usciva liquido infiammabile invece dell’acqua potabile.

Intanto prosegue la campagna informativa  del settimanale The Economist  (vedi foto) con il lancio dell’  “undersondaggio” sul fracking attraverso due tipi di poster presenti più o meno in tutta la superficie metropolitana londinese  “Where do you stand ?” è  il nome di questa  iniziativa già sperimentata su temi come  la censura su internet, la sorveglianza elettronica, la legalizzazione delle droghe e la politica estera. Sicuramente un modo interessante di informare i cittadini sui temi più importanti al centro del dibattito favorendo la partecipazione grazie alla possibilità di esprimere direttamente sul sito la propria preferenza rispetto a una delle due opzioni. Il classico si o no.

Sul fronte italiano è importante ricordare che a settembre dal Ministero dello Sviluppo economico è stata approvata una risoluzione (primo firmatario Filippo Zaratti di Sel) che rassicura, almeno per il momento e mette in guardia da possibili tentazioni sullo shale gas. Secondo il documento , firmato da tutti i gruppi  «il territorio nazionale è caratterizzato da una rilevante complessità geo-strutturale che non soddisfa le condizioni minerarie necessarie alla formazione e al recupero dello shale gas. Sia sul piano geologico che sul piano territoriale e ambientale si ritiene quindi che in Italia non ci siano le condizioni favorevoli allo sviluppo della coltivazione di shale gas. Inoltre» prosegue la nota «l’utilizzo del fracking per la coltivazione di shale gas non è mai stato autorizzato in Italia, né esistono, alla data attuale, procedimenti presso il ministero per il rilascio di permessi, concessioni e autorizzazioni».