USA. Biden eletto, cosa accade ora?

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Dopo qualche giorno di attesa e salvo dispute legali prontamente annunciate da Donald Trump, Joe Biden ha vinto la battaglia per la 46esima presidenza degli Stati Uniti d’America grazie alla conquista dello Stato della Pennsylvania dove, durante l’election day, era addirittura a -15% dal tycoon. In tal senso, non c’è dubbio che i voti anticipati e per posta abbiano svolto un ruolo cruciale per la vittoria di Biden.

La situazione interna
Adesso per l’ex vicepresidente dell’Amministrazione Obama e il suo team inizia la cosiddetta fase di transizione, in cui dovrà avvenire il trasferimento formale dei poteri dal presidente uscente al presidente eletto attraverso i transition teams: entro l’8 dicembre dovranno essere concluse tutte le eventuali controversie legali; il 14 dicembre i Grandi Elettori si riuniranno per votare scegliendo ufficialmente il presidente e il vicepresidente. Successivamente, il 3 gennaio si insedierà il nuovo Congresso mentre il 20 gennaio si terrà il cosiddetto Inauguration Day di fronte alla facciata ovest del Campidoglio.

Ricordiamo però che gli americani, oltre a votare per il ticket presidenziale, si sono dovuti esprimere anche su 1/3 del Senato e sul rinnovamento dell’intera Camera dei Rappresentanti. A tal proposito, la situazione è sempre più incerta e lo sarà fino all’insediamento del nuovo Congresso. Relativamente alla Camera dei Rappresentanti, negli ultimi due anni il Partito Democratico godeva di una netta maggioranza – 233 seggi contro i 201 repubblicani (1 seggio era del Partito Libertariano) – ma con le ultime elezioni il divario tra i due partiti si sta assottigliando sempre di più. Nelle ultime ore i democratici hanno raggiunto la soglia dei 218 seggi ottenendo ufficialmente la maggioranza; il GOP invece è a quota 202 e, nonostante i sondaggi alla vigilia fossero assolutamente negativi, il gap è destinato a diminuire sempre di più visto che mancano ancora 8 seggi da assegnare in Stati dove i repubblicani sono favoriti. Se tali trend si dovessero confermare, è probabile che alle mid-term del 2022 il GOP possa ottenere la maggioranza che manca ormai da 4 anni.

Al Senato invece la situazione è completamente diversa. Proprio nella giornata di ieri il Partito Repubblicano ha ottenuto il seggio dell’Alaska portandosi 50 a 48 e, ricordiamo, che per ottenere la maggioranza servono 51 seggi. Adesso è tutto nelle mani della Georgia i quali ballottaggi sono previsti per il 5 gennaio. Se i democratici dovessero vincere gli ultimi due seggi significherebbe, di fatto, aver ottenuto la maggioranza perché il Presidente del Senato – nonché Vicepresidente del governo federale – ha il potere di esprimere il proprio voto in caso di parità dei seggi. Se invece, come ci si aspetta, il GOP dovesse ancora una volta conquistare la maggioranza, Biden sarebbe il primo Presidente da George H.W. Bush ad entrare in carica senza avere tutto il Congresso dalla propria parte. La spaccatura al Congresso causerebbe non pochi problemi all’Amministrazione Biden non solo per il rischio del cosiddetto filibustering, ossia il classico ostruzionismo, ma anche per le nomine politiche visto che circa 1.200 di queste dovranno passare proprio per il Senato.

Trump 2024?
Secondo i media americani, nonostante Trump non abbia ancora concesso la vittoria a Biden e, anzi, intenderebbe portare la questione elezioni addirittura alla Corte Suprema, il tycoon avrebbe riferito ai suoi consiglieri che intende ricandidarsi per le presidenziali nel 2024, quando avrebbe 78 anni, gli stessi che ha Biden attualmente. In realtà però il presidente uscente non ha mai rilasciato nessuna dichiarazione al riguardo però potrebbe essere una via percorribile considerando la forte influenza di cui gode tuttora all’interno del GOP. Infatti, un’eventuale ricandidatura di Trump non sarebbe ben vista dai potenziali candidati repubblicani per il 2024 proprio per l’enorme influenza che ha il tycoon su buon parte dell’elettorato repubblicano; le recentissime elezioni ne sono l’esempio lampante. Inoltre, il XXII Emendamento della Costituzione americana afferma che i Presidenti possono servire per due mandati, ma non obbliga al fatto che debbano essere consecutivi, lasciando dunque aperta la possibilità di ricandidatura per un Presidente sconfitto alle elezioni. Se il tycoon dovesse andare verso tale strada, ripercorrerebbe le orme del democratico Groover Cleveland che vinse nel 1884, perse nel 1888 e rivinse nel 1892.

Il futuro dei rapporti con la Cina

In molti si chiedono come cambieranno le relazioni sino-americani e quale tipo di approccio adotterà l’Amministrazione Biden riguardo al dossier cruciale per gli Washington ossia la Cina. Il dibattito sulla questione cinese si è ormai polarizzato negli Stati Uniti e, in tal senso, sia repubblicani che democratici hanno una visione simile su come dovranno svilupparsi le relazioni con Pechino. Molto probabilmente l’approccio del presidente eletto non cambierà rispetto all’Amministrazione Trump, piuttosto potranno cambiare i toni e la ricerca di una maggiore cooperazione. Tuttavia, negli ultimi mesi Biden è ritornato sui suoi passi e, dopo aver sminuito la minaccia cinese, l’ha poi definita come un rivale sistemico in grado di minacciare la sicurezza nazionale americana e dei propri alleati. Interessante, dunque, sarà cercare di capire chi andrà ai Dipartimenti chiave – Stato, Difesa e Commercio – per i rapporti con Pechino.

Una cosa è certa: il futuro dell’Amministrazione Biden dipenderà anche, ma non solo, dai risultati del 5 gennaio in Georgia. Una maggioranza completa al Congresso significherebbe libertà d’azione, una maggioranza, e pure risicata, solo alla Camera dei Rappresentanti rischia di complicare i prossimi 4 anni per Biden, il suo Gabinetto e per il Partito Democratico.

Redazione