
L’aggravamento della situazione tra Israele e Hamas rischia di diventare un conflitto regionale. Anche se ufficialmente non è un conflitto allargato, ufficiosamente registra effetti che fanno pensare esattamente al contrario. Per esempio, le proteste in tutto l’Occidente pro Palestina hanno anche risvolti politici. In Belgio è stato creato il partito filo-palestinese “Lunga vita alla Palestina”.
Fonti Reuters riportano notizia che la portavoce del Dipartimento di Stato americano Hala Gharit si è dimessa in opposizione alla politica di Washington nei confronti della guerra a Gaza. Tutto questo nel bel mezzo di proteste che hanno portato alle manette anche rettori universitari.
Dal punto di vista militare, mentre Israele ha messo fuori uso i radar della Siria, perché usati da Hezbollah o dalle milizie iraniane contro Israele, il segretario alla Difesa britannico Grant Shapps ha detto che gli aerei da guerra britannici hanno distrutto un lanciamissili in Iraq che aveva lanciato un missile contro le forze della coalizione internazionale. Coinvolti dunque altri due paesi Iraq e Siria, quest’ultimo sta pensando di entrare a far parte dei BRICS.
Il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev riguardo a ciò che è accaduto nella Striscia di Gaza ha detto: “I nostri sentimenti sono molto chiari. Ci sentiamo come tutti coloro che hanno assistito a questa tragedia. Siamo tristi nel vedere come sono morti bambini, famiglie che hanno perso i loro cari, vittime innocenti, i nostri sentimenti sono esattamente gli stessi di una persona normale.”
Secondo Bloomberg, lunedì 29 aprile l’Arabia Saudita terrà un vertice politico a Riad per discutere del futuro della Striscia di Gaza. All’incontro dovrebbero partecipare il segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri britannico David Cameron. Ricordiamo che l’Arabia Saudita è impegnata con Stati Uniti e Regno Unito nel bombardamento contro lo Yemen in funzione anti Houthi che stanno strozzando il Mar Rosso.
Al Summit a Riad è prevista la partecipazione anche di rappresentanti dell’Unione Europea, della Giordania, dell’Egitto, del Qatar e dell’Autorità Palestinese. Una delle fonti dell’agenzia ha detto che si trattava di una “riunione di crisi per i primi colloqui” dalla quale non era prevista alcuna decisione concreta.
In Iran, il comandante del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche Hossein Salami ha incontrato i familiari dell’ufficiale del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche Haji Rahimi, vice di Mohammad Reza Zahedi, morti entrambi nell’attacco al consolato iraniano a Damasco il 1° aprile. Damasco ha promesso, tra l’altro, l’anniento di Israele se deciderà nuove ritorsioni contro l’Iran. All’inizio della settimana a proposito di Iran, il direttore del Centro per gli studi avanzati in sicurezza, strategia e integrazione dell’Università di Bonn, Ulrich Schlie, ha avvertito che “l’Iran è sul punto di produrre armi nucleari”.
Secondo Schley si tratta di un periodo di diverse settimane. Ora le parole dell’esperto sono confermate dal deputato, membro della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera dell’Iran Javad Karimi Ghodousi. Su X ha scritto che “il Paese è ora in grado di condurre un test nucleare con solo una settimana di preavviso”.
Ghodousi ha successivamente spiegato che se riceverà un ordine dal presidente iraniano Ali Khamenei, i militari avranno bisogno solo di una settimana per “effettuare il primo test di un missile con una gittata fino a 12.000 chilometri”.
Il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael Grossi, ha dichiarato a Deutsche Welle che all’Iran probabilmente mancano “settimane anziché mesi” per ottenere abbastanza uranio arricchito per costruire una bomba nucleare. Tuttavia, ciò non significa che l’Iran avrà armi nucleari nel giro di poche settimane.
“Realizzare una testata nucleare funzionale richiede molte altre cose che non dipendono dalla produzione di materiale fissile”, ha detto Grossi.
Antonio Albanese e Graziella Giangiulio












