SERBIA. Belgrado nega con forza l’invio di armi all’Ucraina

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In origine sono stati dei canali telegram russi a dare la notizia per primi che armi serbe fossero arrivate in Ucraina. La notizia ha provocato reazioni immediate da parte delle istituzioni del Paese dei Balcani occidentale, più vicino a Mosca di chiunque altro nell’area. Proprio la Russia, infatti, ha espresso perplessità e volontà di spiegazioni chiare a riguardo dalla Serbia sulla delicata vicenda. La notizia che si era diffusa sull’invio di armi all’Ucraina da parte della Serbia, oltre 350 razzi, la settimana scorsa, è stata smentita. Il presidente della Repubblica della Serbia Aleksandar Vučić è stato il primo ad intervenire, negando poi categoricamente la vendita. Secondo le ricostruzioni, in realtà le armi possono essere della Slovacchia, ovvero armi serbe che sono state vendute a quel Paese in passato e non ovviamente in tempi recenti. Questo perché i ministri serbi hanno sostenuto che è stata introdotta una clausola aggiuntiva nei contratti che serve il consenso esplicito della Serbia per essere vendute ad un Paese terzo.

Il fronte principale che ha imperversato sui media serbi e non sono state proprio le polemiche sulla presunta vendita di armi all’Ucraina. Dall’inizio del conflitto russo-ucraino, la Serbia non ha esportato armi né in Russia né in Ucraina, ha detto il ministro degli Esteri Ivica Dačić, il quale ha anche affermato che lo Stato «non concede licenze di esportazione e non esporta armi e attrezzature militari in nessun Paese che consideri controverso e problematico dal punto di vista internazionale», e ha aggiunto che la Serbia «è sotto controllo eccezionale a questo riguardo» poiché «le Nazioni Unite e altri inviano costantemente missioni investigative per controllarlo». Come anticipato, lo stesso presidente Vucic, sulle esportazioni di armi in Ucraina ha negato categoricamente la vendita. La Serbia non produce armi, la Serbia vende e produce munizioni. Il loro compito è fabbricare granate, mine, dinamite, esplosivi, cariche di razzi e tutto il resto afferma «non abbiamo venduto un solo pezzo in Russia o in Ucraina. Abbiamo utenti autorizzati e la Serbia può esportare solo in tali paesi».

Ad intervenire sulla vicenda è stato anche il ministro della Difesa Miloš Vučević, il più “direttamente coinvolto” e competente in materia. Ha dichiarato che la Serbia produce nelle proprie industrie dedicate, armi e munizioni, e non le vende alle parti in conflitto, soprattutto non in queste circostanze all’Ucraina e alla Russia. Ha detto che la Serbia vende armi solo ai paesi che sono autorizzati a farlo, affermando di aver incluso una clausola aggiuntiva nei contratti secondo cui nessuna riesportazione di merci è consentita in altri luoghi senza il suo esplicito consenso.

La Serbia, a differenza dei Paesi occidentali, non ha imposto alcun tipo di sanzione alla Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina, anzi proprio sul territorio serbo nel corso dell’ultimo anno, sono state aperte molte aziende, società, attività russe imprenditoriali, sfruttando ed approfittando della mancata decisione di sanzionare Mosca, dettata da uno storico rapporto con la Russia, si commerciale ma principalmente ideologico e di vicinanza. La Serbia, però, si dirige sempre più verso un bivio, ed è per questo che la questione delle armi è così delicata. Il Paese si sta dirigendo ed orientando in maniera progressiva verso l’Europa, ma d’altro canto scostarsi dalla Russia, in passato uno dei suoi “più stretti alleati”, non è facile, non è scontato e soprattutto non c’è grande volontà condivisa. Il presidente Vucic, però, ha indicato che la Serbia è sulla via europea.

Ciò che incide anche è il fronte kosovaro. La leadership statale ha dovuto affrontare forti pressioni per portare a compimento l’indipendenza proclamata unilateralmente dal Kosovo, affermano dal governo, in particolare il ministro degli Esteri Ivica Dacic. La Serbia subisce pressioni per completare l’indipendenza del Kosovo. Dacic ha affermato che proteggere l’integrità territoriale e la sovranità dello stato è ancora una priorità per le missioni diplomatiche serbe. Mentre si ritiene da Bruxelles che la proposta europea sul Kosovo è una “opportunità storica” e che porterà investimenti in Kosovo e Serbia. Ad affermarlo è stato, il capo della delegazione dell’Unione europea (Ue) a Belgrado, Emanuele Zofre. «Sarà anche un punto di svolta nel processo di integrazione della Serbia nell’UE», ha sottolineato Zofre.

Non mancano le critiche verso Belgrado per questa politica di doppio binario. La Serbia è ancora una volta l’unico paese candidato all’adesione all’UE nei Balcani occidentali che non ha rispettato le nuove decisioni del Consiglio dell’UE sulle misure restrittive dovute all’indebolimento e alle minacce all’integrità territoriale, alla sovranità e all’indipendenza dell’Ucraina, ovvero la destabilizzazione della situazione in quel paese, nonché a causa della situazione in Mali e delle violazioni dei diritti umani ha detto Josep Borrell. Infine, l’eurodeputato olandese Reuten del gruppo dei socialdemocratici ha chiesto alla Commissione europea di spiegare “la sua politica incomprensibile” nei confronti della Serbia e ha affermato che il presidente Vučić sta usando l’UE come bancomat. Rojten chiede alla Commissione di rispondere a cosa farà per incoraggiare la Serbia a firmare la proposta dell’UE e se sospenderà i pagamenti alla Serbia nell’ambito del piano economico e di investimenti.

Paolo Romano

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