
La condivisione di intelligence su Iran e altre minacce globali tra il Congresso e le agenzie federali ha subito un forte rallentamento e, in alcuni casi, si è temporaneamente interrotta durante il secondo mandato di Donald Trump.
Secondo Reuters, si tratta di una frenata che rischia di lasciare i decisori politici con un quadro incompleto delle minacce, rievocando le falle di intelligence emerse dopo l’11 settembre. E avviene proprio mentre l’amministrazione valuta se riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di Medio Termine.
Al centro della crisi, la gestione di Tulsi Gabbard come Direttrice della National Intelligence. I problemi sono emersi durante il suo mandato, segnato da una delle più aspre faide degli ultimi trent’anni tra ODNI e CIA, tanto che il Capo di Gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles, è dovuta intervenire più volte per disinnescare le tensioni. Gabbard si è dimessa a giugno.
Secondo due funzionari, la CIA ha smesso di co-firmare i rapporti del National Intelligence Council (NIC), il gruppo analitico dell’ODNI nato dopo l’11 settembre per consolidare le valutazioni delle 18 agenzie di intelligence. Risultato: il NIC, già colpito da tagli di personale, ha rallentato la produzione di assessment e non ne ha prodotto nessuno sulla guerra in Iran. Un portavoce della CIA afferma che l’agenzia “partecipa pienamente” al Presidential Daily Brief. Un funzionario dell’ODNI sostiene che i livelli di valutazione siano vicini alle “tendenze storiche” e che il nuovo direttore, Jay Clayton, insediatosi ad agosto, “riconosce il valore del NIC”.
Le frizioni hanno avuto effetti anche sul Congresso. Lo staff di Gabbard, accusando i parlamentari di fughe di notizie alla stampa, ha interrotto l’invio di rapporti intelligence nei giorni successivi all’intervento militare Usa in Iran del giugno 2025 e di nuovo dopo la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro nel gennaio 2026.
L’ufficio di Gabbard ha inoltre smesso nel 2025 di informare il Congresso sulle minacce elettorali. Attività ripresa da Clayton.Il clima, raccontano le fonti, è di autocensura.
Alcuni analisti rimasti nelle agenzie eviterebbero di scrivere valutazioni in contrasto con le posizioni della Casa Bianca per timore di ritorsioni. “Gli analisti fanno ancora il loro lavoro, ma questa Casa Bianca li ha resi irrilevanti perché il presidente tratta le informazioni sgradite come slealtà”, dice Julia Curlee, ex analista CIA licenziata, a suo dire, dal Consiglio di Sicurezza Nazionale.
Altro segnale di frammentazione: l’FBI, alla fine dell’anno scorso, ha interrotto per settimane la condivisione di intelligence con il National Counterterrorism Center dopo che il suo allora capo, Joe Kent, aveva cercato di indagare sull’omicidio del fondatore di Turning Point USA, Charlie Kirk.
L’FBI riteneva che l’NCTC stesse oltrepassando le sue competenze.”Creando piccoli isolotti, ognuno può scegliere l’isolotto che vuole ascoltare”, avverte Morgan Muir, ex vice direttore della National Intelligence sotto Biden. Tanto che, secondo quattro ex funzionari, un gruppo bipartisan sta già lavorando alla Hoover Institution di Stanford a un piano per ricostruire la comunità di intelligence nella prossima amministrazione.
Lucia Giannini
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