Il nuovo interesse mondiale sull’Artico

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L’agenzia di stampa cinese Xinhua riporta che il 22 ottobre, rispondendo ad una domanda sulla nuova strategia sull’Artico presentata dall’Unione Europea il 20 ottobre, la portavoce del Ministero degli Esteri Cinese, Mao Ning, ha dichiarato “l’Artico riguarda gli interessi generali della comunità internazionale e che i diritti e le libertà di tutti i paesi di svolgere attività nell’Artico in conformità con il diritto internazionale devono essere pienamente rispettati”. Per quanto riguarda i piani di Pechino, la portavoce ha aggiunto che “attività della Cina nell’Artico mirano a promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile nella regione e sono conformi al diritto internazionale”, ribadendo che “dividere le regioni in blocchi basati su una mentalità da Guerra Fredda e fomentare il confronto geopolitico è dannoso per la pace, la stabilità e lo sviluppo della regione artica”. 

La nuova strategia dell’UE sull’Artico, come si può leggere sul sito della Commissione Europea, si basa su questioni individuate dalla politica dell’UE per l’Artico del 2021, si pone l’obiettivo di rispondere ai cambiamenti, sia climatici che geopolitici occorsi da allora. Detta strategia stabilisce quattro priorità:1) Rafforzare la sicurezza e la resilienza nell’Artico, settore in cui l’UE collaborerà con gli Stati membri, i partner nell’Artico e complementarità con la NATO per “migliorare la preparazione, proteggere le infrastrutture critiche e rafforzare la capacità dell’Europa di operare nelle condizioni artiche, anche ampliando la capacità europea di rompighiaccio”, promuovendo al contempo capacità a duplice uso a beneficio delle comunità locali, dell’Artico e dell’UE, e prevedendo la creazione di un nuovo polo che sosterrà “gli Stati membri e i partner nello scambio d’informazioni e nel miglioramento del monitoraggio delle attività marittime nell’Artico”; 2) Rispondere all’accelerazione dei cambiamenti climatici, area in cui l’Unione Europea “rafforzerà la ricerca, l’osservazione ed il monitoraggio in materia di clima” per meglio comprendere ed affrontare i cambiamenti climatici senza precedenti che stanno interessando l’area; 3) Costruire un Artico prospero ed economicamente sicuro, attraverso un sostegno “economico sostenibile che crei posti di lavoro, migliori le infrastrutture e la connettività a vantaggio delle comunità artiche e delle imprese europee” in un area “emergendo opportunità di cooperazione economica nel settore delle energie rinnovabili, delle materie prime critiche, dei trasporti a duplice uso, della connettività digitale e delle industrie marine sostenibili”; 4) Creare opportunità per le persone e le comunità nell’Artico, ponendo grande attenzione all’istruzione all’occupazione, alle competenze e all’inclusione sociale, in questo campo l’UE intende rafforzare le opportunità offerte da Erasmus+ per i giovani artici attraverso scambi e lo sviluppo di competenze, proseguendo, inoltre, “dialoghi periodici sulle politiche per la gioventù artica e istituirà un comitato di monitoraggio per i giovani in Groenlandia”.

Durante la conferenza stampa di presentazione l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, Kaja Kallas, ha dichiarato che in un periodo in cui Russia e Cina hanno aumentato le loro ambizioni “l’Artico è diventato una prima linea della competizione energetica globale”, con la nuova strategia che riflette questi mutati scenari ponendo saldamente al centro la sicurezza. Kallas ha, poi, sottolineato come per difendere gli interessi dell’Unione stiano intensificando gli sforzi in materia di sorveglianza, infrastrutture, mobilità militare e tecnologie di difesa in grado di resistere al clima rigido, ribadendo che “l’accesso alle corsie marittime artiche e alle risorse naturali è di interesse strategico per l’UE.”

Come sottolineato lo scorso luglio dalla CNN, a differenza della Russia, la Cina non è una nazione artica, ma nutre da tempo ambizioni nell’area. L’emittente statunitense ricorda, infatti, che Pechino nel suo documento strategico sull’Artico del 2018 si definiva uno stato “quasi artico” facendo spesso riferimento all’arcipelago delle Svalbard (che in base al trattato delle Svalbard del 1920 ricadono sotto la sovranità della Norvegia, consentendo però, ai sensi dello stesso trattato ai cittadini dei 50 Paesi firmatari di tra cui Cina e Russia, di vivervi e lavorarvi senza visto), senza contare le iniziative colte a creare una futura “via della seta polare”, ovvero “un corridoio infrastrutturale e marittimo che attraverserebbe l’estremità settentrionale del mondo”. 

L’articolo della CNN riporta, inoltre, alcune delle iniziative della Norvegia volte al rafforzamento della sua sovranità sull’arcipelago, come la modifica nel 2022 delle regole di voto per impedire ai non norvegesi di votare alle elezioni di Longyearbyen, o l’ambizione “di estrarre minerali critici da un’enorme porzione di fondale marino artico intorno alle Svalbard e oltre”, osteggiata in questo caso dalla Russia o ancora la rimozione dei simboli nazionali, tra cui i leoni cinesi, dagli edifici in cui sono alloggiati i ricercatori internazionali a Ny-Ålesund, con il Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri della Norvegia, Eivind Vad Petersson, che ha dichiarato che “non c’è nessuna stazione di ricerca cinese alle Svalbard, c’è una stazione di ricerca norvegese con inquilini cinesi” sottolineando come vi sia una differenza sostanziale.

L’emittente statunitense poneva, inoltre, l’accento sul fatto che secondo il ricercatore senior presso il Fridtjof Nansen Institute (FNI), Andreas Østhagen, sia il cambiamento climatico a ciò che alimenta in molti modi l’interesse verso l’Artico, con la diffusa convinzione che “lo scioglimento dei ghiacci aprirà nuove opportunità economiche e strategiche”. E sebbene, come ricordato dalla CNN, questa eventualità non si sia ancora realizzata, quello che conta è la possibilità stessa che possa realizzarsi secondo Torbjørn Pedersen, professore presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Università Nord, che sottolinea come “«paura di rimanere esclusi» spinge i Paesi a essere presenti nell’Artico ed esercitare influenza politica”.

Dal punto di vista ambientale, inoltre, come riferito dall’High North News (quotidiano digitale indipendente, pubblicato dal High North Center presso la Nord University Business School di Bodø), le considerazioni dei vari stati in merito alla Rotta Marittima del Nord (NSR), più breve rispetto ad altre rotte che collegano Europa ed Asia, con un conseguente aumento del traffico marittimo nelle acque artiche dovrebbe portare ad una rigorosa regolamentazione “per evitare ulteriori danni al fragile ecosistema artico, che funge da refrigerante per il pianeta, deviando la luce e il calore del sole” poiché “un maggiore traffico “comporterà maggiori emissioni di carbonio nero e altri inquinanti atmosferici, un aumento del rumore dannoso per la vita marina e un maggiore rischio di sversamenti di petrolio e sostanze chimiche”.

L’High North News ricorda, inoltre, come la Russia stia promuovendo da anni la Rotta Marittima del Nord, ma che “il suo utilizzo è stato limitato dalle condizioni estreme, dalla mancanza di navi rompighiaccio e di navi adatte alla navigazione in acque ghiacciate, e dalla breve finestra temporale di 3-4 mesi per le operazioni di navigazione” oltre che dalle sanzioni imposte alla Federazione Russa a causa della guerra con l’Ucraina. La testata norvegese aggiunge, poi, che la compagnia cinese Sea Legend ha inaugurato a settembre un servizio della durata di 8 settimane regolare di portacontainer che collega l’Europa alla Cina attraverso la Rotta Marittima del Nord, e che, nello stesso periodo la compagnia sudcoreana Panstar Line ha inviato sulla stessa rotta una nave portacontainer pilota. L’High North News sottolinea che, sebbene per ora il traffico di container sulla Rotta Marittima del Nord sia ancora ridotto, “è in crescita nei pochi mesi dell’anno in cui la è parzialmente aperta”, e ciò secondo la testata norvegese non sia dovuto soltanto al progressivo scioglimento dei ghiacci ma anche a “considerazioni geopolitiche”, poiché, difatti, “l’interruzione della navigazione in prossimità dello Stretto di Hormuz a causa della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e delle rotte marittime vicino allo Stretto di Bab al-Mandeb, il vitale punto di strozzatura meridionale che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, a causa degli attacchi degli Houthi, ha accresciuto l’interesse per rotte alternative”.

Giuseppe Cusano Lanzetta 

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