CINA. Prosegue sulle due sponde dello Stretto di Taiwan il dibattito sul futuro dell’Isola 

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Nella socialsfera e nell’universo mediatico cinese non accenna a placarsi la polemica sul futuro di Taiwan. Un professore associato della taiwanese National Changhua University, Li Qize, alcuni giorni fa ha pubblicato sulla piattaforma multimediale cinese WeiXin (WeChat) alcune riflessioni in merito al principio “Un Paese, Due Sistemi” (concetto introdotto nel 1979 da Deng Xiaoping durante le trattative con la Gran Bretagna per la restituzione di Hong Kong alla Cina che prevedeva la giurisdizione cinese socialista sulla città che avrebbe mantenuto i propri sistemi economici e sociali capitalisti per cinquant’anni, applicato nel 1997 all’ex colonia britannica, nel 1999 a Macao e proposto anche alle autorità di Taiwan), che hanno suscitato un acceso dibattito su entrambi le sponde dello Stretto di Taiwan, ed hanno portato ad un confronto sul tema tra l’autore ed il commentatore politico Yan Mo.

In un editoriale pubblicato il 6 settembre sul sito del China Times (Zhongguo Shibao) intitolato “Incapaci di gestirsi da soli, eppure timorosi di essere gestiti dagli altri” Yan Mo riconosce a Li Qize di essere il primo ad aver avanzato un quadro di riferimento e dei principi chiari per la soluzione “Un Paese, Due Sistemi” per Taiwan, sottolineando, però come non si trovi d’accordo con la maggior parte delle posizioni presentate dal professore della National Changhua University. Il commentatore politico taiwanese sostiene che le idee espresse da Li Qize, che auspica una spinta al cambiamento favorita da pressioni esterne, si baserebbero su un principio di “autoconservazione” o “nessun cambiamento per cinquant’anni”. Analizzando meglio le proposte del docente universitario, Yan Mo si chiede se gli elementi che secondo il professore sono meritevoli di tutela, come il suffragio universale, il mantenimento di forze armate autonome, di un sistema finanziario autonomo, di regimi di proprietà terriera, di politiche di welfare, unite ad una magistratura indipendente, alla libertà di espressione, e ad una partecipazione internazionale relativamente autonoma, lo siano davvero. Per rispondere a questa domanda l’opinionista politico, evidenzia come il caos sarebbe iniziato con le elezioni a suffragio universale nel 1996, la scarsa opinione che i Taiwanesi avrebbero dei propri media e del sistema giudiziario e dei problemi che affliggerebbero gli altri settori. 

Dopo aver passato in rassegna alcuni aspetti delle riflessioni di Li Qize come l’idea secondo cui Taiwan dovrebbe essere salvata dal “tritacarne elettorale”, le critiche riguardanti la miopia elettorale, la stagnazione politica interna e gli attriti sistemici, il commentatore politico taiwanese pone l’accento sull’interpretazione che il professore della National Changhua University dà delle vicende che hanno visto protagonista la città Hong Kong e la legge sull’estradizione. Se da un lato Li Qize ritiene che la lezione da apprendere riguardi la possibilità che l’altra parte venga meno alle proprie promesse dopo la riunificazione, Yan Mo considera la questione da un’altra prospettiva: a suo parere sarebbero stati gli hongkonghesi a cercarsi la propria sventura, sottolineando che il nocciolo della faccenda fosse il fatto che l’ex colonia britannica fosse di fatto rimasta una città britannica, poiché “nonostante il trasferimento formale di sovranità, la mentalità, l’ideologia e le istituzioni erano rimaste immutate, gettando le basi per la successiva rivoluzione colorata.” Partendo da questa prospettiva ed evidenziando come gli internauti della Cina continentale facciano riferimento al principio “Un Paese, Un Sistema”, Yan Mo sottolinea che i punti che nella proposta di Li Qize sarebbero preservare sarebbero proprio quelli attorno ai quali ci sarebbe maggior attrito. Difatti, continua il commentatore politico taiwanese, sarebbe irrealistico in questo clima di sfiducia, un futuro in cui dopo la riunificazione Pechino consenta a Taiwan di mantenere il controllo delle proprie forze armate e che il Partito Progressista Democratico (attualmente al governo ed ostile alla Repubblica Popolare) partecipi attivamente alla vita politica dell’isola, senza che ciò porti dopo poco tempo ad ricorso alle armi.

Yan Mo, che vede anche la via per la pace proposta dalla presidente del Guomindang (il Partito Nazionalista, KMT, che instaurò nel 1949, dopo la sconfitta nella guerra civile, la Repubblica di Cina sull’isola di Taiwan ora all’opposizione) Zheng Liwen impraticabile per vari motivi, che è a sostegno della riunificazione vedendola come una “purificazione” e che ritiene che i negoziati non avranno effettivamente luogo, sostiene che va riconosciuto a Li Qize il merito di aver dato ai taiwanesi l’opportunità di riflettere e di farsi un’idea sulla questione.

Tre giorni dopo, sempre sul sito del China Times, arriva la risposta di Li Qize. Il docente universitario prova a confutare una ad una le tesi avanzate da Yan Mo, evidenziando come nella sua proposta siano già elencate gli obblighi che Taiwan dovrebbe assumersi in caso di una riunificazione sul principio “Un Paese, Due Sistemi”, ovvero “astenersi dall’affermare l’esistenza di due stati sovrani; non perseguire una separazione de jure; non aderire ad alleanze militari straniere; non accettare comandi militari esteri; adottare leggi sulla sicurezza nazionale secondo quanto concordato; trasferire i poteri secondo un calendario prestabilito; e non ribaltare gli accordi in seguito a un cambio di governo”. Secondo Li Qize, dal punto di vista di Yan Mo questo non basterebbe, ma che egli auspichi uno smantellamento dei principi su cui ora si basa la società taiwanese, in quanto elementi di sfiducia, ma seguendo questa via secondo il docente universitario verrebbe meno l’essenza del modello “Un Paese, Due Sistemi”, ribadendo, come già fatto nel suo primo articolo, che se l’obbiettivo di Pechino è una ristrutturazione totale della vita politica e sociale dell’isola, dovrebbe avere l’onestà di parlare apertamente di una transizione verso lo schema “Un Paese, Un Sistema”, senza cercare di ottenere consensi sfruttando le prospettive a lungo termine offerte dal modello “Un Paese, Due Sistemi”.

Li Qize riconosce a Yan Mo l’onestà di ammettere apertamente ciò che i funzionari di Pechino evitano di dire esplicitamente, sottolineando come interrogati sulla questione tre commentatori della Cina continentale abbiano sviato la domanda. Però, il professore della National Changhua University in merito alla questione della fiducia sollevata dal commentare politico taiwanese, sottolinea come questa debba essere reciproca, e di come anche la parte più forte debba assumersi degli impegni, evidenziando come il suo primo articolo auspicava che Pechino accettasse di non revocare unilateralmente l’autonomia promessa, mentre al contrario Yan Mo chiede lo smantellamento del sistema democratico taiwanese prima ancora che la controparte si assuma nessun obbligo.

Infine, passando ad analizzare le conclusioni dell’opinionista taiwanese, Li Qize pone l’accento sul fatto che questi, dal suo punto di vista, ritenga che l’unica opzione che resti al popolo taiwanese sia quella di accettare il fatto che la riunificazione possa avvenire soltanto con la forza, razionalizzandolo come uno scenario in cui i benefici superino i costi.

Il dibattito tra i due è continuato anche nei giorni successivi a margine delle dichiarazioni ufficiali delle autorità delle due parti, con l’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese che apprezzato il fatto che sull’isola si discuta dell’argomento, e la netta chiusura del Consiglio per gli affari continentali di Taiwan che ha dichiarato che il sistema “Un Paese Due Sistemi” non offre la possibilità di esistere alla Repubblica di Cina.

Giuseppe Cusano Lanzetta

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