
Le autorità dell’Azerbaigian hanno arrestato 37 persone a Baku nel corso di proteste contro le nuove norme sulle uniformi scolastiche.
A riferirlo è stato il portale Minval, citando il Ministero dell’Interno azero. Secondo Minval, i manifestanti si sono scontrati con il personale scolastico e hanno tentato di ostacolare le attività didattiche e la circolazione stradale.
I manifestanti hanno anche tentato di appiccare incendi, ha riportato Minval: nel distretto di Garadagh, a Baku, hanno dato fuoco all’auto di un dirigente scolastico, mentre nel distretto di Yasamal hanno tentato di incendiare una scuola. Nessuno è rimasto ferito in nessuno dei due episodi.
È stato aperto un procedimento penale con l’accusa di “organizzazione di azioni che turbano l’ordine pubblico o partecipazione attiva a tali azioni”. La pena massima prevista per questa accusa è di tre anni di reclusione, riporta Meduza.
Il governo dell’Azerbaigian ha approvato nuove norme sulle uniformi scolastiche il 21 settembre, vietando agli studenti di frequentare le lezioni con abbigliamento che contrasti con la natura laica dell’istruzione e comprometta l’uniformità del codice di abbigliamento scolastico. A partire dal 6 ottobre, requisiti analoghi sono stati estesi anche all’abbigliamento degli insegnanti.
Il 12 ottobre le scuole hanno iniziato a verificare il rispetto delle nuove disposizioni, ha riferito l’agenzia di stampa APA. Gli studenti presentatisi a scuola con un abbigliamento non conforme sono stati coinvolti in colloqui con medici e psicologi scolastici, e i loro genitori sono stati convocati a scuola per ricevere spiegazioni.
Le autorità azere sostengono che il divieto di indossare abiti a connotazione religiosa a scuola sia necessario per garantire l’uguaglianza tra gli studenti. Un codice di abbigliamento uniforme mira ad attenuare le differenze sociali e religiose tra i ragazzi, ha spiegato la parlamentare azera Sevinj Fataliyeva: “Le disposizioni sulle uniformi scolastiche non vanno viste come una lotta contro la fede religiosa di chicchessia, bensì come una tutela di uno spazio educativo neutrale: uno spazio in cui il bambino non viene etichettato come “religioso” o “non religioso”, ricco o povero, o appartenente a un gruppo piuttosto che a un altro. Davanti all’insegnante siede uno studente; nulla di più”.
Anna Lotti
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