SIRIA. Le milizie filo turche saccheggiano Ras al ‘Ayn

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Dal cantone di Afrin, come anche viene riferito via social dalle aree della Rojava fra Tal Abyad e Ras Al ‘Ayn, arrivano video ed immagini delle milizie filo-turche che sottraggono beni alla popolazione. Si tratta di furti nelle abitazioni abbandonate, saccheggio di beni privati, ma anche di derrate alimentari e prodotti agricoli. Il timore di questo tipo di eventi, tipici della guerriglia portata dalle milizie jihadiste da sempre nel nord della Siria, era stato evidenziato subito prima dell’attacco turco il 9 ottobre scorso quando tanti civili stavano considerando l’opzione di non abbandonare le loro case in prossimità del confine turco-siriano per paura di perdere il poco che hanno. Evidentemente poi la violenza degli scontri ha avuto la meglio sulla popolazione locale, ma ruberie da parte delle milizie sono state notificate da molti villaggi periferici della Safe Zone che non sono stati difesi come Ras Al ‘Ayn. 

Nella città di Manbij il SAA e gli alleati russi hanno preso, da ormai 5 giorni, il controllo militare del centro urbano. Al loro ingresso la popolazione aveva manifestato un certo astio verso gli occupanti come ha testimoniato lo serrata dei negozi di Manbij a testimonianza dell’avversione per il cambio di gestione che la città, per cause di forza maggiore, ha dovuto subire. Il governo di Damasco è stato l’unico appiglio che le Syrian Democratic Forces – SDF sono riuscite a trovare, a tempo di record, per scongiurare un’invasione devastante delle forze turche nel nord-est siriano ed hanno pagato a caro prezzo tale aiuto. Al momento tutti i centri nevralgici a nord di Raqqa e di Hassakah sono presidiati dal SAA che, al fine di porre un freno alle operazioni militari del Syrian National Army – NA filo-turco a nord di Manbij, ne ha richiesto il controllo. Nonostante la scarsità di opzioni, va detto che la popolazione curda, grazie alla presenza dei russi, vede disinnescata la possibilità di bombardamenti aerei che i turchi potrebbero agilmente portare a sud del confine turco-siriano. 

A dispetto dei proclami iniziali che volevano la Turchia come liberatrice delle aree a nord della Siria e protettrice delle popolazioni locali, sembra che si stia ripetendo la cacciata dei cristiani e degli armeni dall’area di Tal Abyad, così come era successo con Daesh. Al momento sappiamo, via social media, che le case di queste etnie sono state segnate e confiscate. 

Sono stati giorni molto intensi di rapporti fra le autorità curde della Rojava e gli Stati Uniti d’America. Dopo lo strappo del presidente americano Donald Trump che ha innescato l’azione militare turca contro la Rojava, le autorità civili e militari curde avevano parlato di “tradimento”, di noncuranza di fronte ad una prevedibile epurazione dei curdi da parte dei turchi e di incompiuta conclusione della lotta contro Daesh. Dopo l’inizio dell’invasione turca ed un primo rifiuto di Damasco a trattare con i curdi, come richiesto da Mosca, si erano alleggeriti i toni contro gli americani ed il comandante in capo delle SDF, Ferhat Abdi Sahin (nome di battaglia Mazloum Abdi) aveva detto di non ritenere la ritirata americana un tradimento. Sono state pubblicate indiscrezioni sul ruolo che l’inviato americano in Siria James Jeffrey avrebbe giocato nelle settimane precedenti alla ritirata americana dal Kurdistan siriano. 

Jeffrey avrebbe scoraggiato le SDF/YPG dal perseguire rapporti con il presidente siriano Bashar Al Assad, in quanto le truppe USA non avevano intenzione di ritirarsi. Non è chiaro se al tempo vi fosse concerto fra le intenzioni del presidente Trump e le dichiarazioni dell’inviato Jeffrey o se, come molti hanno sostenuto soprattutto negli USA, la forza persuasiva delle telefonate di Erdogan abbiano mutato la strategia americana in Siria in breve tempo: sta di fatto che i curdi si sono  oggettivamente trovati a trattare con Damasco nel momento del bisogno e con pochissime leve da sfruttare. Forse proprio la natura di questo accordo ha costretto le SDF a cedere a certe richieste di Damasco nell’area di Deir Ez Zor, ovviamente non inserite nell’accordo pubblicato ufficialmente, che mirano all’incremento dei commerci in petrolio dalla sponda est a quella ovest dell’Eufrate. A questo punto si potrebbe capire il vivo interesse per i curdi nel mantenere una trattativa con gli Stati Uniti: viene infatti notificato oggi che gli USA non ritireranno il contingente di 200 uomini che controllano i giacimenti di Al Omar. Come detto, a Deir Ez Zor il SAA ha organizzato una protesta proprio contro la presenza americana nei giacimenti. 

La presenza statunitense  a Deir Ez Zor può anche essere letta in altro modo. Si ritiene che le SDF riforniscono Assad per circa 1400 barili di greggio al giorno. La vendita di questo greggio è estremamente svalutata e si attesta attorno ai 30 dollari al barile quando il prezzo di mercato è fra i 59 ed i 64 dollari (ad oggi), ma tale giro d’affari consegna nelle mani dei curdi circa 420mila dollari al giorno che possono essere reinvestiti nelle operazioni militari che le SDF stanno portando avanti nell’area. Si tratta comunque di importi non sufficienti a giustificare la renella di 200 uomini delle SOF Usa nell’area, a meno che non si ritenga che la presenza Usa serva da deterrente contro eventuali presenza di milizie sciite filoiraniane che potrebbero da quell’area andare a colpire Israele, che sta ancora vivendo giorni politicamente drammatici.  

Redazione