MYANMAR. Il filo rosso che unisce l’Arakan Army e i Vietcong 

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Due recenti eventi, il blackout di internet imposto dal governo e un attacco con razzi alla periferia della capitale dello stato, Sittwe, fatto dai ribelli del Rakhine, hanno gettato luce sulla scarsa sicurezza e tenuta del Myanmar. Il conflitto tra le forze armate del Myanmar, o Tatmadaw, e il Rakhine Nationalist Arakan Army, Rnaa, guerriglieri ben addestrati e attrezzati con un ampio sostegno popolare, sembra sempre meno simile alle campagne militari contro altri gruppi insorgenti nelle regioni di confine del nord e dell’est.

La guerra del Rakhine in Myanmar sta emergendo come un pantano politico militare con ripercussioni sociali, economiche e politiche potrebbe essere un catalizzatore di un più ampio cambiamento sociale e politico nel paese.

La direttiva del 21 giugno di chiudere tutti i servizi internet nel nord di Rakhine, emanata dal ministero dei Trasporti e delle Comunicazioni per tutti e quattro i fornitori di servizi mobile del Myanmar, riflette la crescente preoccupazione del governo e dell’esercito per l’escalation del conflitto. Nonostante la diffusa condanna da parte delle organizzazioni per i diritti umani e delle autorità soprannazionali, il governo ha giustificato il blackout come una mossa per frenare il discorso di odio online che avrebbe ulteriormente alienato la popolazione locale del Rakhine dalla dominante comunità etnica Bamar del Myanmar.

Non è chiaro quanto dell’incitamento etno-razziale sia stato guidato direttamente dall’Arakan Army, abile utilizzatore dei social, e quanto sia stato generato spontaneamente dall’intensificazione delle operazioni di controinsurrezione e dagli eccessi che invariabilmente le accompagnano.

Non c’è dubbio che lo spegnimento di Internet è stato probabilmente determinato anche da questioni di sicurezza militare e dall’uso di applicazioni di messaggistica criptata come strumenti operativi e di intelligence per le forze ribelli e la loro diffusa base di supporto locale, come fu per i Vietcong. Comunque sia, il risultato è un buco nero dell’informazione che va oltre il mainstream o i social media che potrebbe alimentare ritorsioni militari contro i civili.

Il secondo episodio è l’attacco missilistico contro Sittwe che si è svolto nelle prime ore del 22 giugno, che ha visto l’utilizzo di tre razzi da 107 mm prodotti in Cina; uno ha colpito una nave della marina uccidendo due persone e ferendone una terza. Sittwe è stata bersaglio di un’ultima ondata coordinata di tre IED a febbraio 2018, esplosi senza fare vittime. 

L’ultimo attacco ha dimostrato una nuova capacità dell’Arakan Army di operare liberamente vicino ai confini della capitale dello stato; ha anche stabilito che i ribelli hanno accesso a razzi da 107 mm. Ma l’attacco di Sittwe è servito a sottolineare la forte escalation del conflitto durante la prima metà dell’anno. Dall’inizio di gennaio 2019, quando le forze Arakan hanno attaccato quattro stazioni di polizia vicino al confine con il Bangladesh a Buthidaung, le ostilità sono andata a crescere. Tra scontri crescenti e segnalazioni di abusi militari, il numero di sfollati civili interni ha raggiunto circa le 40.000 unità, con concentrazioni a Mrauk U, Kyauktaw e Ponnagyun. Le perdite militari da entrambe le parti sono aumentate vertiginosamente. L’Arakan Army ha affermato che tra il 16 dicembre 2018 e l’8 giugno 2019 ha fatto poco più di 1.100 vittime militari in circa 500 episodi. Per il Tatmadaw, che non pubblica le proprie statistiche sulle vittime, la cifra propagandistica, ma, riporta Asia Times, tra gennaio e maggio l’esercito ha subito almeno 400 morti, mentre le perdite dell’Arakan hanno superato i 100 morti.

Nel corso di decenni di guerra civile, i gruppi insorgenti del Myanmar hanno evitato di portare le loro battaglie nelle grandi città; dopo il 22 giugno scorso, non è chiaro se l’Arakan Army intenda giocare con le stesse regole non scritte. Il potenziale impatto di un conflitto prolungato sulla stabilità del Myanmar nel suo complesso è comunque reale. 

Antonio Albanese