INDONESIA. ISIS uccide a Giacarta

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Nella serata del 24 maggio, una duplice istishhadya ha colpito il terminal degli autobus di Kampung Melayu Transjakarta nella parte orientale di Giacarta.

Due attentatori suicidi si sono fatti saltare in aria contemporaneamente. Almeno cinque poliziotti che stavano scortando una parata tradizionale per aspettare il mese di digiuno islamico del Ramadan, sono rimasti vittime dell’esplosione, tre dei quali sono deceduti all’istante e cinque civili sono rimasti feriti. Il terminal si trova in una zona della città densamente popolata.

L’esplosione, secondo fonti social e tradizionali, è avvenuta in un parcheggio per motociclette. La polizia ha potuto identificare uno degli autori dai resti del corpo fatto a pezzi dall’esplosione poiché la testa e parti dal collo sono rimaste intatte permettendone l’identificazione. L’attentatore sarebbe Ichwan Nurul Salam, nato a Bandung il 28 dicembre 1985 e residente in Giappone.

I due attentatori si sarebbero fatti esplodere a 10 a 12 metri di distanza l’uno dall’altro per massimizzare l’effetto dell’esplosione. La polizia ha stabilito che le bombe erano fatte con esplosivo basso potenziale e i proiettili erano stati fatti con scarti di alluminio. Il Califfato ha rivendicato l’azione.

A gennaio del 2016, ISIS attaccò Giakarta: «Un gruppo di soldati del Califfato in Indonesia ha preso di mira un gruppo dell’alleanza crociata che combatte lo Stato islamico a Giakarta con diversi dispositivi esplosivi esplosi quando quattro dei soldati hanno attaccato con armi leggere e cinture esplosive», si leggeva nella rivendicazione.

E ad ottobre 2016 la polizia indonesiana aveva denunciato che decine di indonesiani che hanno aderito allo Stato islamico sarebbero tornati a casa con esperienza di combattimento e rappresentavano una grave minaccia per la più grande nazione a maggioranza musulmana del mondo. Secondo il capo della polizia indonesiana, generale Tito Karnavian, capo della polizia indonesiana, le autorità stavano monitorando oltre 40 rimpatriati e erano preoccupate per un possibile collegamento tra loro e le reti esistenti nel paese per equipaggiare una nuova generazione di islamisti radicali con competenze e attrezzature utili a effettuare nuovi attacchi.

«Li teniamo d’occhio e non sono in grado di eludere la sorveglianza. Crediamo che si stiano organizzando in segreto», aveva detto Karnavian, aggiungendo che circa 10 erano stati arrestati e interrogati mentre il resto era ancora a piede libero, aggiungendo non vi erano prove di un attacco imminente.

La stragrande maggioranza dei 250 milioni di persone dell’Indonesia  praticano un islam moderato; i gruppi estremisti che hanno effettuato periodicamente attacchi contro lo stato centrale e gli stranieri nel paese sono stati disarticolati.

Ma l’Indonesia ha registrato una recrudescenza nella militanza islamica, ispirata dallo Stato islamico. Le autorità credono che lo Stato islamico abbia più di 1200 uomini in Indonesia e circa 400 indonesiani sono partiti per unirsi al gruppo.

L’Indonesia ha sofferto il suo primo attacco militante da anni lo scorso gennaio, quando quattro militanti Daesh hanno effettuato un attentato in cui sono rimaste uccise otto persone, attaccanti compresi. Karnavian ha anche detto che una nuova tendenza stava emergendo tra i ragazzi: la radicalizzazione on-line e gli attentati in piccola scala.

Un sedicenne, ad agosto 2016, ha cercato di far esplodere una bomba in una chiesa, nella città di Medan e di accoltellare il sacerdote; il ragazzo poi era stato bloccato e arrestato; le autorità dissero che il ragazzo era ossessionato dal leader Daesh Abu Bakr al-Baghdadi e aveva studiato l’ideologia del gruppo on line. «Si tratta di una nuova tendenza. È più difficile rintracciarla rispetto alle reti esistenti (…) perché quelli che vengono chiamati lupi solitari sono radicalizzati online», disse Karnavian, aggiungendo che la polizia erano a conoscenza di almeno 10 casi simili a quelli del giovane di Median.

Redazione

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