CINA. Tensione Washington-Pechino per la nuova legge sul Tibet

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Pechino ha risposto al Congresso degli Stati Uniti in merito alla prevista nuova legge che chiede un maggiore accesso al Tibet, affermando che i parlamentari americani hanno «grossolanamente interferito» negli affari interni della Cina. La legge, approvata con sostegno bipartisan, richiede l’accesso alla regione per i diplomatici, i giornalisti ed i turisti degli Stati Uniti e minaccia di bloccare l’accesso agli Usa ai funzionari cinesi se i vincoli di accesso non fossero stati tolti.

Stando a Scmp, i visitatori stranieri devono ottenere un permesso speciale, e la regione è completamente chiusa agli stranieri in determinati periodi dell’anno. 

«Questo progetto di legge ha ignorato i fatti, ha interferito grossolanamente negli affari interni della Cina e ha violato le norme di base delle relazioni internazionali», ha detto il ministero degli Esteri cinese. «La Cina è fermamente contraria e ha già fatto le sue proteste agli Stati Uniti. Circa 40.000 americani hanno visitato il Tibet dal 2015, compresi i politici (…) Invitiamo vivamente l’amministrazione statunitense ad adottare immediatamente misure efficaci per evitare che questo disegno di legge venga convertito in legge, in modo da evitare danni alle relazioni Cina-Usa e alla cooperazione tra i due paesi in settori importanti»; il provvedimento è ora alla firma di Donald Trump.

Il Tibet Daily, organo ufficiale, riporta che il Dalai Lama non aveva mai smesso di promuovere l’indipendenza del Tibet, respingendo le sue intenzioni di cercare una “via di mezzo” di autentica autonomia; a marzo 2019 ricorre il 60° anniversario della fuga del Dalai Lama dal Tibet. «Che si tratti della “via di mezzo” o di un “alto grado di autonomia”, l’obiettivo è cercare di negare la leadership del partito comunista, negare il sistema socialista e negare il sistema delle regioni autonome etniche», si legge nell’articolo.

«Il Dalai Lama ha cercato di usare le forze ostili dei media occidentali per diffondere le sue “voci e calunnie” contro la Cina per promuovere l’indipendenza del Tibet, ignorando le libertà e il rispetto accordato al popolo tibetano», prosegue l’articolo. Pechino ha inviato truppe in Tibet nel 1950; il Dalai Lama, la figura più alta del buddismo tibetano, fuggì in India nel 1959 dopo una rivolta fallita contro il dominio cinese. La Cina lo definisce un pericoloso separatista, anche se il Dalai Lama dice che vuole solo un’autentica autonomia per la sua patria.

Lucia Giannini