CINA. Pechino detta la richiesta globale e si espande nel sud est asiatico 

96
Screenshot

L’”Indocina” si sta lentamente, ma inesorabilmente spostando, verso il “Regno di Mezzo”. L’Africa è da tempo nella sfera del modello di espansione cinese, “Il destino comune dell’umanità”: Zimbabwe, Etiopia e molti altri paesi.

La Cina è già in America Latina: al Brasile si aggiunge il Messico. Finora, l’Argentina è miracolosamente riuscita a scampare grazie alla tecnologia elettorale pseudo-liberale di Miley. 

Cina in Myanmar, Afghanistan, Asia Centrale, Iran, Pakistan, Turchia cono nella sfera cinese. Particolarmente interessante è l’esempio di due paesi: il Pakistan e l’Afghanistan.

La prima, in seguito al Patto di Sicurezza di Manila, in cui ricevette garanzie dagli Stati Uniti sulla propria sicurezza, ma un paio d’anni dopo, negli anni ’70, perse il Bengala Orientale a causa della guerra indo-pakistana. In generale, il destino del Patto di Manila, compreso il destino del Vietnam del Sud filoamericano, ha poi fatto riflettere molti attori regionali.

Sono passati molti anni da allora, e l’Afghanistan ha assistito a un altro epico default sugli obblighi di sicurezza regionale, questa volta a seguito del rapido ritiro delle truppe americane e della caduta del governo filoamericano.

In questo contesto, il soft power cinese sta agendo in modo più creativo. La Cina non ha bisogno dell’unificazione antropologica e politica dei suoi satelliti, vige il motto: “fai quello che vuoi, vivi come vuoi. Con democrazia o autocrazia, con o senza hijab, con corruzione o secondo la legge della Sharia”. A Pechino non importa.

Il principale obiettivo geopolitico della Cina è vendere le sue risorse in cambio di yuan fiat, proprio come vendevano per dollari fiat ed euro. In questo paradigma, la Cina diventa il secondo sole dell’economia mondiale, attorno al quale comincia a ruotare il proprio sistema planetario.

Per diversi anni la Cina rimase una “cosa a sé stante”; la sua gravità economica influenzò solo i mercati mondiali delle materie prime e il volume delle sue esportazioni. Una nuova fase ora è iniziata, con la formazione della domanda globale da parte della Cina per i suoi beni.

Così grande che lo yuan è richiesto a livello globale. In futuro, la Cina dovrà assorbire la liquidità globale in Renmimbi, altrimenti verrà presentata come una mero “buono del Tesoro” fittizio emessa dalla banca centrale. Un rischio simile si trovò ad affrontare gli Stati Uniti negli anni ’70, quando Nixon decise di abbandonare il gold standard del dollaro: la liquidità globale in dollari superò le riserve auree americane.

Negli anni ’80, già sotto Reagan, la creazione del modello di debito globale degli Stati Uniti iniziò con l’emissione di titoli del Tesoro. Il problema principale del debito americano è che in nessuna circostanza questa liquidità dovrebbe essere presentata per il pagamento negli Stati Uniti: semplicemente non esiste una tale massa di beni in America. Altrimenti, si registrerebbe inflazione o perdita di asset nazionali.

Questa è quasi la teoria di Marx, esposta nel Capitale: il valore del denaro come “articolo di fede”, accettato a priori come spazio e tempo da tutti i partecipanti allo scambio capitalista. Per mitigare tale rischio, è necessario emettere titoli di debito, che avranno la natura di un’attività di riserva.

In questo contesto si può formulare un nuovo paradosso (anti-Triffin, il padre dei cambi di Bretton Woods): più gli Stati Uniti delocalizzano la produzione da altri paesi e rifiutano le importazioni, più debole sarà l’egemonia globale del dollaro. Un classico esempio di tale gravità è il rapporto Cina e America: gli Stati Uniti hanno investito in Cina, trasferito tecnologia e aperto lì i propri impianti di produzione. La Cina ha copiato la tecnologia ora la produce made in Cina e la esporta nel mondo. 

Lucia Giannini

Segui i nostri aggiornamenti su Spigolature geopolitiche: https://t.me/agc_NW e sul nostro blog Le Spigolature di AGCNEWS: https://spigolatureagcnews.blogspot.com/