MONTENEGRO. Il contenzioso con la Croazia rischia di rallentare il percorso europeo di Podgorica

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Proprio nei giorni in cui il Montenegro compie un ulteriore passo in avanti nel suo cammino verso l’integrazione europea chiudendo provvisoriamente altri tre capitoli negoziali, capitolo 17 (Politica economica e monetaria), 18 (Statistica) e 19 (Politica sociale e occupazione), alcune vecchie questioni irrisolte nei rapporti con la vicina Croazia rischiano di complicare questo percorso, allontanando la prospettiva di una rapida adesione entro il 2028. 

Zagabria ha infatti inviato agli Stati membri dell’Unione Europea un documento in cui delinea la propria posizione in merito alle questioni ancora aperte con il Montenegro, specificando le otto condizioni che Podgorica deve soddisfare in vista della sua futura adesione all’UE. Nulla di nuovo stando alle parole del Primo Ministro croato Andrej Plenković, il quale ha confermato di aver già presentato queste condizioni alla controparte montenegrina in occasione del vertice UE-Balcani occidentali di Tivat lo scorso giugno, spiegando che si tratta di questioni irrisolte legate ai valori europei rispetto alle quali il Montenegro non ha finora compiuto progressi.

Le condizioni poste dalla Croazia sono direttamente collegate ai fondamentali capitoli 23 (Sistema giudiziario e diritti fondamentali) e 31 (Politica estera, di sicurezza e di difesa), entrambi ancora aperti, e per la maggior parte dei casi riguardano le conseguenze dei conflitti degli anni Novanta. Le sei richieste in riferimento al capitolo 23 sono: il risarcimento per le persone detenute nel campo di Morinj, dove tra l’ottobre 1991 e l’agosto 1992 oltre 300 cittadini croati furono tenuti prigionieri; la conservazione della targa commemorativa a Morinj inaugurata nel 2022; la ridenominazione della piscina comunale di Cattaro intitolata al pallanuotista Zoran Gopčević, che avrebbe prestato servizio come guardia a Morinj; il chiarimento sulla sorte di 14 cittadini croati dispersi attraverso la piena collaborazione delle autorità montenegrine, lo scambio di informazioni e l’accesso agli archivi; il perseguimento dei crimini di guerra, inclusi quelli che comportano la responsabilità dei superiori; la risoluzione delle questioni relative ai diritti di proprietà delle famiglie croate, tra cui 51 nuclei familiari di Tivat e altri residenti nell’area delle Bocche di Cattaro. Le due richieste in riferimento al capitolo 31 riguardano invece questioni di confine, con la Croazia che chiede il rispetto del confine preesistente tra le due repubbliche in conformità con il principio del “uti possidetis juris” e la firma di un trattato sui confini terrestri, e la restituzione della nave scuola “Jadran”, il veliero che un tempo faceva parte della Marina reale jugoslava e che ora si trova nel porto montenegrino di Teodo ma del quale Zagabria rivendica la proprietà. 

Le delegazioni dei due Paesi si sono recentemente incontrate presso il Ministero degli Esteri di Zagabria per affrontare alcune di queste questioni, soprattutto a proposito della restituzione della nave “Jadran” e più in generale della successione dei beni militari dell’ex Jugoslavia. Il Ministro degli Esteri Gordan Grlić-Radman, che ha guidato la delegazione croata, ha ribadito la posizione del proprio governo sottolineando che la Croazia non intende rinunciare alle proprie richieste; Grlić-Radman ha fatto riferimento in particolare alla cifra di 2,7 miliardi di euro, che sarebbe il valore totale dei beni militari rivendicati dalla Croazia attualmente in possesso del Montenegro. Podgorica, rappresentata dal Ministro della Difesa Dragan Krapović, ha invece confermato la sua posizione in merito alla proprietà della “Jadran”, definita un simbolo militare e storico-culturale del Montenegro, auspicando che questa tematica, così come quella della successione dei beni militari, venga affrontata in modo responsabile, paziente e nel rispetto delle argomentazioni di entrambe le parti.

Nel già citato documento presentato agli altri Stati membri dell’UE, Zagabria esprime il desiderio di voltare pagina e di costruire con il Montenegro una relazione orientata al futuro, ricordando di averne costantemente sostenuto l’integrazione euro-atlantica, compresa la sua adesione alla NATO; tuttavia, si sottolinea che la fiducia reciproca e una riconciliazione autentica e duratura non possono essere raggiunte senza la risoluzione di queste questioni, evidenziando che alcune “iniziative unilaterali inaspettate” da parte delle autorità montenegrine hanno riacceso tensioni storiche mettendo in discussione il vasto sostegno di cui godeva in Croazia l’adesione all’Unione di Podgorica.

Il Montenegro è il Paese candidato capofila nel percorso negoziale e di conseguenza quello con le migliori prospettive di adesione, avendo chiuso provvisoriamente quasi due terzi dei capitoli negoziali, 21 su 33. L’obiettivo esplicito del governo è di chiudere i 12 capitoli rimanenti entro la fine del 2026 proseguendo nel frattempo i lavori sul trattato di adesione, con l’ambizione di arrivare alla firma già nel 2027. Nonostante la Croazia ribadisca di voler favorire questo processo evidenziando la limitatezza e realizzabilità delle proprie richieste, le controversie storiche tra i due Paesi rischiano seriamente di rallentarlo, proprio come avviene nel caso della Macedonia del Nord, il cui cammino verso l’adesione all’UE è bloccato dall’opposizione della vicina Bulgaria. Ancora una volta, il peso del passato che non passa continua a condizionare il presente e il futuro dei Balcani, solcando profonde divisioni anche a distanza di oltre trent’anni dalle ferite degli anni Novanta.

Lorenzo Vannucci

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