IRAQ. Ecco l’accordo con la Cina, che fa infuriare gli Usa

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Dagli inizi del mese di gennaio è tornata alla ribalta la questione dell’accordo con la Cina firmato ai tempi di Abadi, che divide gli animi politici in Iraq, già gravati da un lungo periodi di proteste di piazza. Pechino è diventato uno dei maggiori investitori in Iraq, a tal punto che le milizie filo iraniane si sono offerte di proteggere gli interessi cinesi in Iraq. 

Ma tale accordo è stato congelato per il problema dei governi e delle quote; recentemente il governi Baghdad ha firmato la determinazione del modello finanziario nei rapporti tra Iraq e Cina. I fondi assegnati all’accordo cinese sono tutti prudenti. Secondo il consigliere del primo Ministro per l’Economia Abdul Hussein Al-Hanin: «L’accordo iracheno-cinese è il più importante nella storia dell’Iraq. Il fatto è che l’Iraq in funzione delle imminenti sanzioni USA comminate sta cercando una via per la sopravvivenza cercando sponda verso il blocco: Russia-Cina-Iran, non avendo Baghdad al momento alternative. 

Sono stati siglati a inizio mese degli accordi secondo cui l’Iraq venderà alla Cina 100.000 barili di petrolio al giorno. L’Iraq vanta un accumulo di liquidità nel fondo iracheno-cinese, pari a più di 500 milioni di dollari. Gli accordi con la Cina sono politicamente divisivi, ma importanti perché se venissero imposte sanzioni Usa contro l’Iraq potrebbe essere bloccato il contro iracheno presso la Federal Reserve, dedicato al settore petrolifero, che vanta 3 miliardi di dollari con cui lo stato paga gli stipendi pubblici, in questa maniera si potrebbero coprire le spese nel primissimo periodo e quindi proseguire su altre vie di finanziamento. 

Ma secondo una parte del parlamento, il comitato finanziario per l’esattezza, l’accordo con la Cina non è valido perché non è stato presentato al parlamento per la ratifica, violando così dell’articolo 61 della Costituzione. L’accordo dell’Iraq con la Cina non ipoteca il petrolio, ma piuttosto è un quadro per un accordo economico, commerciale e di sviluppo che serve a pagare la costruzione e la ricostruzione del paese. Le molte correnti filo-americane poi stanno facendo pressioni per farlo saltare. 

Il 22 gennaio, riporta Bayt al Hikma, l’accordo è stato illustrato dal consigliere del Primo Ministro per gli Affari Finanziari, Mazhar Mohammed Saleh a Baghdad: si tratta di 22 punti molto chiari che nelle intenzioni dovrebbero sgombrare il campo delle polemiche: 

1 –  L’accordo (il memorandum) non è vincolante

2 –  È un memorandum commerciale tra il ministero delle Finanze iracheno e la Chinese Insurance Corporation (SINO Shore) e non sale al livello di un accordo.

3 – Non c’è quindi motivo di presentarlo al parlamento iracheno.

4 – La durata dell’accordo è di 20 anni.

5 – Non c’è una clausola segreta.

6 – Non c’è nessun insabbiamento al Ministero delle Finanze.

7 – I lavori sull’accordo si sono svolti nel 2015 al tempo del governo di Al-Abadi e di un gruppo di economisti, finanzieri e giuristi iracheni di alto livello.

8 – L’accordo è entrato in vigore il 1° ottobre 2019.

9 – La prima fase è di 100.000 bpd sugli 850.000 bpd esportati in Cina ogni giorno.

10 – Il memorandum fa riferimento a due progetti, ovvero la stazione termica di Salah El Din e la costruzione di serbatoi di petrolio sui porti di esportazione.

11 – L’essenza del promemoria è quella di sottrarre una parte delle entrate petrolifere dell’Iraq a favore dello sviluppo, all’interno del bilancio iracheno.

12 – Tutte le transazioni finanziarie incluse nell’accordo sono in dollari.

13 – Il movimento finanziario di trasferimenti, interessi e altri, seguirà il movimento della Borsa di Londra.

14 – La Banca Centrale dell’Iraq è responsabile del movimento di cassa.

15 – I saldi di follow-up sono effettuati attraverso una delle quattro maggiori società di contabilità del mondo, Price Water House Cooper, Deloitte & Touch, Ernst & Young e K.P.M.G.

16 – I prezzi dei petroli esportati in Cina sono compresi nel movimento dei prezzi della società irachena Sumo Company, secondo i meccanismi utilizzati per la determinazione dei prezzi.

17 – Perché proprio la Cina? Entro il 2025 le maggiori economie mondiali supereranno gli Stati Uniti d’America.

18 – Attualmente, secondo i dati del Ministero della Pianificazione, l’Iraq deve pagare il 40% dei costi di rischio rispetto ai costi reali dei progetti riferiti a società straniere. Per quanto riguarda i progetti citati nella nota cinese, essi rientrano nei costi reali che esistono a livello regionale e di mercato.

19 – Tutti i progetti secondo il Memorandum d’intesa con la Cina si riferiscono a infrastrutture: ponti, strade, scuole, dighe, ospedali, complessi residenziali, strade, elettricità, ecc.

20 – L’Iraq spendeva il 75% delle sue entrate petrolifere durante il governo dello stato reale per lo sviluppo, e oggi è il 3% (l’Accordo Cina-Iraq) perché rappresenta la vera percentuale fino ad oggi rispetto a quattro decenni fa.

21 – L’Iraq è in ritardo nell’utilizzo dei fondi accumulati nel primo fondo cinese a causa del ritardo nell’approvazione del bilancio 2020.

22 – Il diritto europeo è responsabile del processo di risoluzione dei conflitti se si verifica tra le parti contraenti.

23 – L’Iraq ha piena flessibilità nella scelta delle aziende giuste per i progetti infrastrutturali di riferimento, sia che si tratti di aziende cinesi che di altre.

24 – L’assegnazione dei progetti è inclusa tra le voci di bilancio.

25 – Accumulati nel fondo 500 milioni di dollari solo per l’anno 2019, che è denaro iracheno senza la linea di garanzia cinese.

Antonio Albanese