Cronache dalla guerra di Siria

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ITALIA – Roma 30/04/2014. Un interessante racconto quello di Misfer un ragazzo saudita che si era recato in Siria nei primi mesi dell’anno per combattere a fianco dei ribelli.

Ha solo 17 anni, è stato influenzato da uno dei tanti siti internet che utilizzano testi religiosi per convincere i giovani che unirsi alla lotta, al seguito dei gruppi che combattono ormai da tre anni contro Bashar al-Assad sia un dovere religioso. Parla della sua esperienza in una trasmissione al-Thamina ma Dawood, popolare talk show di una tv saudita.
La notizia viene riportata dall’agenzia al-Arabiya che cita alcuni spezzoni delle dichiarazioni del ragazzo: “La mia decisione di intraprendere il viaggio in Siria è giunta dopo aver trovato su internet alcune istruzioni di Sheikh Arour sulla necessità di andare a combattere. L’impatto è stato forte e ho deciso di partire” ha detto Misfer, allontanatosi senza l’approvazione dei suoi genitori “ho prenotato un volo da Jeddah a Antakya e ho poi pagato per attraversare la frontiera turca giungendo in Latakia, dove mi sono unito con altri combattenti sauditi e siriani”.
Il gruppo al quale Misfer è stato assegnato aveva il compito di assistere e trasportare i feriti, alcuni dei quali aggiunge quasi con stupore, erano abituali consumatori di alcolici. Casualmente, durante la sua permanenza, ha sentito in una trasmissione televisiva al-Shirian una intervista in cui parlava sua madre che piangeva e che chiedeva alle autorità di intervenire per punire coloro che utilizzano metodi impropri per convincere questi giovani a partecipare ad una guerra che non gli appartiene. Dopo questo fatto il ragazzo voleva tornare a casa, ma temeva per le punizioni che gli sarebbero state inflitte nel suo paese. “Ci sono un sacco di sauditi che desiderano tornare, ma hanno paura di essere torturati in Arabia Saudita, alla fine ho ceduto e sono tornato; ero scioccato quando un team di medici mi ha accolto in aeroporto e mi hanno accompagnato in albergo ” ha continuato Misfar. “Tutti coloro che incitano al jihad in Siria sono bugiardi. L’esercito libero siriano porta donne e fa uso di alcol, il Fronte Al- Nusra finge di essere onesto, io non mi sentivo a mio agio e li ho abbandonati”.
Era gennaio quando Al- Shirian ha ospitato la madre di Misfer, che tra le lacrime esprimeva la sua angoscia per il coinvolgimento del figlio nel conflitto. Nella trasmissione viene inoltre sottolineato che vi sono varie figure religiose che utilizzano il web per reclutare giovani sauditi a combattere a fianco dei jihadisti. L’accusa ha infastidito alcuni predicatori tra cui Sheikh Mohammed al-Arifi, un influente predicatore saudita, che ha respinto le critiche affermando che l’intervista era preparata e che la società saudita non è così ingenua da essere ingannata con questi tentativi di contaminazione. Arifi è uno dei tanti studiosi che chiamano per il jihad in Siria e nel giugno dello scorso anno la sua modalità di arruolamento in “in ogni modo possibile” ha suscitato non poche polemiche durante una riunione di dotti musulmani al Cairo. Una settimana dopo era a Londra, secondo le sue affermazioni per un viaggio d’affari, ma i sospetti che la sua presenza nella capitale britannica avesse ben altri scopi è elevata.
È da tempo che questo problema è stato sollevato e che sta creando una situazione di allarme anche in Europa, anche come terrorismo di ritorno. Questa è solo una delle conferme che questi gruppi sono sempre più organizzati e utilizzano tutti i mezzi a disposizione per espandere la rete di arruolamento al seguito di uno Sheikh capace di spingere a livello emozionale la chiamata alle armi dei giovani musulmani al “jihad”, per combattere una guerra che direttamente non gli appartiene.