Ricostruire l’intelligence libica

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ITALIA – Roma 19/6/13. L’Italia avrà un ruolo di primo piano nella gestione del caos libico, il piano illustrato dal premier Enrico Letta in Irlanda, e che sarà al centro dei colloqui, stavolta ufficiali, con il premier libico il prossimo 4 luglio, prevede la formazione e l’addestramento di poliziotti e militari in Sicilia e in Sardegna, a quanto riportano i media italiani, prevede poi la revisione dei codici libici (sulla falsariga di quanto fatto altrove) e un terzo pilastro riguarda la raccolta delle armi ora ampiamente diffuse nel Paese.

La situazione della sicurezza in Libia e a dir poco drammatica: attentati e omicidi avvengono con frequenza irachena. A indicare un bandolo della matassa è Anas el Gomati, fondatore del think tank libico Sadeq Institute che dalle colonne di al Monitor tratteggia uno scenario molto veritiero che noi dalle nostre colonne abbiamo dipinto da mesi. La domanda di sicurezza è diffusa e Ali Zeidan, come dice el Gomati, è conscio «delle prospettive diplomatiche a lungo termine» per la Libia. «Quanti sono i gruppi armati in tutto il paese in grado di assemblare ordigni micidiali, trasportare ed eseguire attacchi contro obiettivi sensibili? Inoltre, come fa il territorio più densamente armato sulla terra, con uno dei confini più porosi del mondo, a mancare di un servizio funzionante di intelligence? (…) la situazione della sicurezza è più complessa rispetto a quanto il quadro nazionale possa indicare. Del braccio più temuto dell’ex-regime, i servizi segreti, non si parla mai e questo potrebbe essere il primo passo verso il controllo della situazione».

Per l’analista libico, al nuovo regime mancano fedeli servizi di intelligence, chiave di volta per sbloccare la situazione di sicurezza del Paese. «Le agenzie di intelligence sono state il ​​braccio più forte di Gheddafi (…) Questo braccio è stato rapidamente smantellato. Gli uffici di intelligence, i file e i dossier sono stati bruciati o confiscati e i membri dei servizi sono stati imprigionati, uccisi o sono fuggiti. Un certo numero di funzionari a basso e medio rango sono rimasti liberi, obiettivo delle brigate rivoluzionarie. L’ex Consiglio nazionale di transizione ha tentato di ripristinarli nel giugno 2012, ma oramai il danno era stato fatto (…) Un rapporto dell’intelligence militare dato al Congresso generale nazionale, questa settimana (l’articlo è comparso il 18 giungo, ndr) era talmente insignificante che è stato ignorato dagli stessi membri del Congresso. La continua crescita e il rafforzamento delle milizie che tentano di riempire il vuoto (di sicurezza, ndr), hanno probabilmente peggiorato il problema. Agendo stragiudiziale e impiegando comunemente la tortura, minano la legittimità del governo in patria e all’estero. Mentre le milizie braccano gli ex membri del regime – in particolare dai servizi di intelligence – altre minacce passano inosservate. Terroristi, criminali e organizzazioni paramilitari sono state in grado di attaccare obiettivi civili, statali e stranieri, di eludere la cattura o l’identificazione». Oggi, Bengasi vive in un contesto di violenza continua. Falcidiata da una serie di omicidi politici (e rivoluzionari) la polizia ha lasciato la città con un deficit di sicurezza catastrofica, e quasi nessun arresto. Milizie quasi-ufficiali come Dera Libia, guidata da Wisam Bin Hmaid, sono sotto l’egida del Ministero della Difesa e a loro viene in gran parte assegnato il ​​compito da parte del governo di garantire la sicurezza in città, alle frontiere e spesso in altri territori in tutto il paese. Le proteste la scorsa settimana davanti alla caserma della milizia che chiedevano il disarmo e l’integrazione non sono nulla di nuovo ((Agc Communication: Chi gestisce la sicurezza in Libia?; The Tripoli Post: Un envoy says Libya democratic transitino can benefit from national dialogue (…). I ministri della difesa e degli interni, Mohammed Mahmoud al-Bargathi e Ashour Shuwail, sono fuori dai giochi a causa della recente legge sull’isolamento politico (degli ex gheddafiani, ndr). Poiché i bombardamenti e le proteste dei cittadini che continuano a chiedere sicurezza (…) il governo rivoluzionario si trova ad affrontare una delle sue sfide più grandi. Per avere occorre cercare di mutare gli atteggiamenti e le politiche e sviluppare una strategia di sicurezza radicalmente nuova (…). Al fine di rispondere in modo efficace, deve essere fatto il recupero dell’infrastruttura di sicurezza dello stato libico precedente (…) Esistono uffici dell’intelligence, stazioni di polizia e caserme in tutto il paese. Un certo numero di queste milizie hanno giurato fedeltà al Gnc e obbediscono ai Ministeri degli Interni e della Difesa.  Il rientro della precedente struttura di sicurezza di Tripoli è iniziato con l’ex ministro degli Interni Shuwail negli ultimi mesi (…). Il commercio di armi tra Algeria e Mali, una serie di attentati in Niger dimostrano l’incapacità di controllo e di raccolta informativa di queste strutture (…) .

La riforma del servizio di sicurezza, che rispetti i diritti umani, deve essere una iniziativa parallela. Con la riforma e ripristinando il più temuto dei servizi di sicurezza libici, Ali Zidan può iniziare a monitorare e migliorare gradualmente il problema della sicurezza (…) L’assistenza internazionale arriverà per ricostruire questo temuto braccio dello Stato. La domanda per Zeidan sarà, poi, dove tracciare la linea di demarcazione tra la sicurezza e la sovranità per iniziare a mettere in sicurezza il Paese».

L’Italia aveva una diffusa rete d’intelligence in Libia diversi anni or sono. Rete, poi, ridimensionata dalle vicende politico-giudiizarie legate al caso di Abu Omar che tutti conosciamo. La comunità internazionale, Obama in testa, ha chiesto al nostro Paese di garantire la sicurezza in LIbia per facilitare la transizione democratica; di fronte al fallimento di altri attori europei.

La domanda per il premier italiano è una sola: fino a dove spingersi?