VENEZUELA. Realpolitik cinese: soft power contro hard power USA

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Se il raid a Caracas è stato una dimostrazione di hard power americano, le settimane successive stano diventando una lezione di soft power cinese.

La cattura di Nicolás Maduro viene inquadrata da Pechino come un momento decisivo per l’ordine internazionale. Mentre la reazione immediata del Ministero degli Esteri cinese è stata una prevedibile condanna degli “atti egemonici”, un’analisi più attenta del comportamento cinese rivela una risposta sorprendentemente pragmatica e incentrata sul diritto. La Cina sta attualmente eseguendo un delicato gioco di equilibri diplomatici. Ha segnalato che il suo interesse primario non è la restaurazione di Maduro, ma la preservazione di un sistema globale stabile e prevedibile in cui la sovranità rimanga la valuta ultima, riporta AT.

Fin da subito, Pechino ha manifestato la sua disponibilità a collaborare con l’amministrazione ad interim di Delcy Rodríguez, a condizione che la transizione rimanga radicata nel diritto venezuelano. Questo rivela una Cina meno interessata al confronto ideologico e più preoccupata di essere la potenza che dà priorità alla continuità, al rimborso del debito e allo stato di diritto rispetto a un improvviso cambio di regime.

La posta in gioco economica per Pechino è considerevole: con oltre 60 miliardi di dollari in prestiti convogliati verso il Venezuela dal 2007, la Cina è il principale creditore del Paese: un investimento così ingente avrebbe potuto indurre una difesa più aggressiva del presidente in carica; ma la Cina sta usando la sua influenza per posizionarsi come forza stabilizzatrice. Sottolineando che i suoi “interessi legittimi” devono essere tutelati indipendentemente da chi occupi Palazzo Miraflores, Pechino sta inviando un messaggio a Washington: la Cina è un attore dell’economia globale che privilegia la stabilità commerciale rispetto alle personalità politiche.

C’è anche una significativa dimensione di soft-power nella moderazione di Pechino. Mentre gli Stati Uniti adottano una posizione più interventista, che privilegia l’egemonia sull’emisfero “occidentale”, la Cina si sta posizionando come paladina della Carta delle Nazioni Unite. Si tratta di un appello deliberato al Sud del mondo. 

Mentre Washington viene percepita come attore unilaterale, Pechino chiede al Consiglio di Sicurezza di assumere la guida. Questo consente alla Cina di presentare una visione alternativa di leadership globale, che offra infrastrutture e prestiti piuttosto che attacchi aerei e rendition.

Per molte nazioni del Sud-est asiatico, dell’Africa e persino dell’America Latina, l’insistenza cinese sulla non-interferenza rappresenta un attraente contrasto con la percepita pervasività americana. La risposta cinese suggerisce il desiderio di evitare un’escalation con gli Stati Uniti. Nonostante la retorica dell'”egemonia”, non si è assistito a nessun movimento verso sanzioni di ritorsione o atteggiamenti militari. L’attenzione è invece rimasta sulla sicurezza del personale cinese e sulla continuità delle esportazioni di petrolio.

Questo pragmatismo è di fatto il segno di una superpotenza matura che comprende i propri limiti e le proprie priorità. La Cina è consapevole che un collasso totale dello Stato venezuelano non farebbe alcun interesse, men che meno il proprio. Facilitando il dialogo nell’ambito della Costituzione venezuelana, la Cina offre un percorso verso la stabilità che potrebbe effettivamente integrare gli obiettivi americani di ordine regionale, anche se le due potenze non sono d’accordo sui metodi utilizzati per raggiungerlo. Anziché considerare l’evento come una sconfitta, Pechino lo sta usando come un’opportunità per dimostrare la propria indispensabilità diplomatica.

È significativo che, mentre la Russia ha chiesto l’immediato reintegro di Maduro, la Cina abbia spostato la sua attenzione sugli “accordi presi dal governo venezuelano”. Ciò suggerisce che Pechino è pronta ad accettare una realtà post-Maduro, purché non crei illegalità.

Rifiutando di lasciarsi coinvolgere in un conflitto in stile Guerra Fredda, Pechino è un partecipante responsabile, seppur critico, negli affari globali. La realpolitik può essere complicata, ma tutto lascia supporre che la Cina sia in grado di muoversi in questo quadro sulla scena internazionale.

Se gli Stati Uniti intendono “gestire” il Venezuela e le sue riserve petrolifere, alla fine dovranno sedersi di fronte al maggiore creditore di Caracas: la Cina di Xi Jinping.

Antonio Albanese 

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