VENEZUELA. Cautela e scetticismo della finanza internazionale sull’accordo petrolifero con gli USA

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Le principali società di analisi finanziaria hanno ridimensionato le previsioni della Casa Bianca sull’accordo petrolifero venezuelano annunciato il 28 agosto da Donald Trump, che concede a una società in parte controllata dal governo statunitense il controllo di diciassette giacimenti con riserve stimate in circa 65 miliardi di barili per cento anni.

UBS sostiene che la ripresa della produzione venezuelana richiederà anni e che l’impatto sui prezzi sarà limitato nel breve termine. La banca svizzera afferma che i prezzi “continuano a reagire principalmente agli sviluppi nel giacimento di Hormuz” e non ha rivisto le proprie previsioni per il settore a seguito dell’accordo. La Casa Bianca aveva sostenuto che la transazione avrebbe ridotto sostanzialmente i prezzi della benzina per i consumatori americani, riporta MercoPress.

Le tempistiche rappresentano l’ostacolo principale. La società di consulenza Rystad Energy calcola che il Venezuela non recupererà il suo picco di produzione storico – tre volte superiore ai livelli attuali – prima del 2050 e che per farlo sarebbero necessari investimenti per 85 miliardi di dollari. UBS aggiunge che, dopo anni di sottoinvestimenti, sanzioni e interruzioni di corrente, saranno necessarie nuove infrastrutture di trasporto, capacità tecniche e un contesto stabile.

Nonostante detenga le maggiori riserve accertate al mondo, circa 300 miliardi di barili, il Venezuela estrae circa 1,1 milioni di barili al giorno e si colloca al ventesimo posto tra i produttori mondiali, dietro l’Angola e a pari merito con la Colombia, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia. Il Segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha dichiarato mercoledì scorso a Caracas che la produzione raddoppierà ampiamente nei prossimi anni.

Le aziende stanno reagendo in modo disomogeneo. Chevron, che non ha mai abbandonato completamente il Paese, ha annunciato mercoledì un investimento di 7 miliardi di dollari in cinque anni volto a raddoppiare la sua produzione entro il 2031, il maggiore impegno da parte di un’azienda statunitense da gennaio. La spagnola Repsol, citata dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez quando ha illustrato i termini dell’accordo, prevede di triplicare la propria produzione. ExxonMobil e ConocoPhillips, che hanno lasciato il Paese nel 2007 dopo la nazionalizzazione di parte delle loro attività, sostengono che non sussistano le condizioni per un ritorno.

Permangono inoltre dubbi sulla durata dell’accordo. Citi ritiene che una maggiore trasparenza e una più ampia legittimità politica saranno necessarie per la sua sopravvivenza in caso di un futuro cambio di governo a Washington. UBS mette in guardia da possibili contenziosi, dato che l’accordo prevede che le aziende statunitensi subentrino nella gestione di progetti precedentemente affidati a società russe e cinesi. Sia l’opposizione venezuelana che alcune frange del chavismo hanno criticato l’operazione.

Riguardo alla possibile uscita del Venezuela dall’OPEC, la società Kpler ha affermato che “sarebbe una grande vittoria per Trump”, sebbene potrebbe aumentare la pressione interna sul governo ad interim.

Maddalena Ingroia 

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