#UKRAINERUSSIAWAR. Sergiy Leshchenko, l’advisor di Zelenskyj

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Sergiy Anatolyevich Leshchenko è il consigliere del presidente ucraino Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’ky. In Italia di recente ha rilasciato una intervista al Corriere della Sera parlando del ruolo dell’Italia nelle trattative Kiev – Mosca. Di lui però in Italia non si sa molto.

Il Personaggio

Sergiy Anatolyovich Leshchenko, è nato il 30 agosto 1980, Kiev, all’epoca Repubblica socialista sovietica ucraina, cioè Urss; è un giornalista e un politico ucraino. È l’ex vicedirettore capo della pubblicazione online Ukrainska Pravda (2002-2014); da dicembre 2019 è membro del consiglio di sorveglianza della Società per azioni pubblica delle ferrovie ucraine, Ukrzaliznytsya. Nel gennaio 2020 è stato eletto capo della commissione appositamente creata per la conformità e la lotta alla corruzione.

Su di lui nel 2016 ci fu una inchiesta per l’acquisto di un appartamento del valore di 300.000 dollari a Kiev, che si risolse in suo favore perché la somma derivava dall’unione dei suoi proventi con quelli della moglie, famoso Dj. I suoi detrattori, alcuni colleghi giornalisti, dissero di non aver visto mai un giornalista guadagnare così tanto.

Leshchenko è laureato all’Istituto di Giornalismo dell’Università Nazionale di Kyiv Taras Shevchenko (2003). Ha iniziato la sua carriera nel giornalismo nel 2000 con un periodo di prova nel programma di notizie Reporter al canale televisivo “New Channel” sotto la guida di Andriy Shevchenko ed è rimasto al dipartimento regionale di notizie del canale fino alla primavera del 2001. Nel settembre 2000, però, è diventato un corrispondente della pubblicazione Internet Ukrainska Pravda, di cui nel 2002 diventa vice direttore. Giornalista investigativo ha svolto molte inchieste di successo con Mustafa Nayem; ha vinto anche premi per le sue inchieste in Germania.

Nel 2012, ha intrapreso uno stage nel Regno Unito nel quadro del programma John Smith Trust Fellowship. Questo trust, come si legge nel suo sito organizza «due volte all’anno programmi intensivi di quattro settimane nel Regno Unito per leader emergenti provenienti da 12 paesi dell’ex Unione Sovietica. I programmi sono costruiti intorno a tre pilastri – visione unica delle istituzioni britanniche, incontri personalizzati e sviluppo delle capacità di leadership – che insieme offrono sia un quadro ampio che un focus individuale». Nel giugno 2013 ha pubblicato un libro documentario, The American Saga of Pavlo Lazarenko, basato sui materiali dell’indagine sull’ex primo Ministro ucraino da parte delle forze dell’ordine statunitensi.

Nel 2013, ha fatto uno stage alla Stanford University come parte della Draper Hills Summer Fellowship, così come la Reagan-Fascell Democracy Fellowship a Washington. Dopo Euromaidan ha scritto il libro Sindrome di Mezhyhirsky. Diagnosi del potere di Viktor Yanukovych, pubblicato nel settembre 2014.

Nel febbraio 2015, è diventato docente presso la Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica Ucraina.

Nel settembre 2014, al congresso del partito Petro Poroshenko Bloc, Ppb, Sergiy Leshchenko e Mustafa Nayem hanno confermato ufficialmente la loro partecipazione alle elezioni parlamentari nelle liste di questa forza politica (classificandosi al 19° e 20° posto).

Nel febbraio 2015, insieme a Mustafa Nayem, ha proposto un disegno di legge che abolisce l’approvazione del testo di un’intervista rilasciata definito come censura.

È co-autore della legge sul finanziamento dei partiti politici in Ucraina dal bilancio dello Stato, che è stata adottata nell’ottobre 2015 dalla Verkhovna Rada. Secondo il documento, dal 1° gennaio 2016 il finanziamento statale dei partiti è introdotto in proporzione al loro livello di sostegno nelle elezioni: non meno del 2% dei voti dopo le prossime elezioni parlamentari, prima – non meno del 5%. Allo stesso tempo, si stabilisce che i partiti devono riferire pubblicamente chi ha dato loro denaro, indicando il nome e l’indirizzo di registrazione.

A luglio 2016, insieme a Nayem e Zalischuk, aderì al partito Alleanza Democratica. Il 17 agosto 2016, Sergiy Leshchenko ha detto che non gli sarebbe dispiaciuto diventare il prossimo presidente dell’Ucraina dopo Petro Poroshenko. Il 1º novembre 2018 sono state imposte sanzioni russe contro 322 cittadini ucraini, tra cui Sergiy Leshchenko.

Il 13 febbraio 2019, ha aderito all’iniziativa per i diritti civili “#Diyznami”. Il 28 febbraio 2019, insieme a Svitlana Zalischuk e Mustafa Nayem, presenta una lettera di dimissioni dal Ppb. Inizia la collaborazione con Zelensky, partecipato all’incontro del candidato presidenziale con la comunità imprenditoriale. Candidato a deputato nel collegio uninominale 220 (Kyiv) alle elezioni parlamentari del 2019, dove arriva terzo con il 12.5 % dei voti.

Dal 18 dicembre 2019 è membro del consiglio di sorveglianza della società per azioni Ukrainian Railways, Ukrzaliznytsia. Nel gennaio 2020, è stato eletto capo della commissione appositamente creata per la conformità e l’anticorruzione.

Lo scandalo UkraineGate
Lui stesso però è finito in una inchiesta che in Ucraina è chiamata Ukrainegate. Si tratta delle interferenze nelle elezioni statunitensi del 2016 che vede coinvolta Hillary Clinton.

L’Ukrainegate, secondo la social sfera ucraina, altro non è che la collusione tra l’ufficio di Hillary Clinton e le autorità ucraine, nella persona di Poroshenko, per impedire a Donald Trump di vincere le elezioni americane.

L’errore di Poroshenko fu quello di puntare solo su Hillary Clinton.

E proprio in questa competizione statunitense, entra in gioco Sergiy Leshchenko che secondo le stesse fonti social ucraine aveva un ruolo particolare: da un lato, essendo un membro del parlamento del Ppb, avrebbe eseguito gli ordini del suo capo, Poroshenko appunto. Dall’altro lato, avrebbe agito sotto la direzione di Washington.

Secondo le stesse fonti social, l’ambasciatore americano a Kiev, Geoffrey Pyatt, che era in contatto politico con Leshchenko, gli avrebbe ordinato di organizzare una campagna per screditare Paul Manafort e altri personaggi americani in Ucraina.

Sempre secondo le stesse fonti, gli ufficiali del 1° ufficio del dipartimento di controspionaggio dell’SBU avrebbero saputo con certezza che Leshchenko era stato reclutato dai servizi segreti americani. Si sapeva anche che durante la sua formazione all’Università di Stanford nel 2013 aveva ricevuto ulteriori istruzioni. Secondo i rumors ucraini, per ordine dei Clinton l’allora vice segretario di Stato Victoria Nuland avrebbe chiesto al presidente Poroshenko di raccogliere informazioni su Paul Manafort, responsabile della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016. Queste istruzioni sarebbero state date attraverso l’ambasciatore dell’Ucraina negli USA, Valeriy Chaly.

Paul Manafort aveva lavorato in Ucraina dal 2004. Ha fatto da consulente al Partito delle Regioni durante le elezioni parlamentari 2006 e 2007, così come a Victor Yanukovich durante la campagna presidenziale 2010.

Il capo del primo ufficio del dipartimento di controspionaggio ucraino, Victor Get’, durante le indagini, dichiarò che dopo Maydan sono state bruciate molte carte che contenevano le informazioni sulle contromisure ai servizi speciali occidentali. Altrimenti avrebbero arrestato Leshchenko, uomo funzionale dei servizi segreti americani in Ucraina.

In ogni caso dopo l’inchiesta giornalistica di Leshchenko sul Partito delle Regioni e sulle “esposizioni” economiche, Manafort lasciò la campagna elettorale di Trump. Nel 2018 Manafort è stato condannato a 3 anni e mezzo di reclusione.

Nel settembre 2019, Sergiy Leshchenko si è, poi, detto pronto a testimoniare davanti al Congresso degli Stati Uniti sui tentativi dell’avvocato di Donald Trump Rudolph Giuliani di interferire nella politica ucraina e di coinvolgere il nuovo governo nelle elezioni presidenziali americane. Nel suo articolo, Leshchenko definisce una bugia le affermazioni di Giuliani che secondo cui rendere pubblica la “contabilità in nero” del Partito delle Regioni avrebbe aiutare i democratici americani nelle elezioni del 2016.

Il giornalista ucraino allora dichiarò: «Né Hillary Clinton, né Joe Biden, né John Podesta, né George Soros mi hanno chiesto di rendere pubblici questi file. Non avevo idea che due anni e mezzo dopo l’esposizione di Manafort sarebbe stata cinicamente usata già nelle elezioni americane del 2020. Il copione di Rudy Giuliani, che è diventato il portavoce di questa campagna, non solo riabilita il criminale americano condannato Manafort, ma mina anche le relazioni degli Stati Uniti con l’Ucraina, che ha resistito da sola contro l’aggressione russa per più di cinque anni».

Chalypa contro Leshchenko

A sconfessare le sue parole, è Alexandra Chalypa, democrat di origine ucraina la quale dichiara che per cercare informazioni sul quartier generale di Trump aveva usato una rete di fonti a Kiev e Washington, che comprendeva giornalisti investigativi, impiegati e ufficiali dei servizi segreti. Ai tempi del secondo mandato presidenziale di Bill Clinton, Alexandra Chalypa ha lavorato alla Casa Bianca come segretaria per la comunicazione. Dopo la sconfitta dell’ex vicepresidente Albert Gore durante le elezioni presidenziali del novembre 2000 Chalypa è andata a lavorare nel Comitato Nazionale Democratico, e lì è passata alla posizione di consulente politico senior. Nel 2004 – 2016 ha ottenuto più di 410.000 dollari dal bilancio del partito.

Tornando ai tempi dei fatti, cioè all’inizio del 2016, ha ricevuto l’incarico dall’ufficio di Hillary Clinton ed è andata all’ambasciata ucraina negli USA. Nell’incontro con Valeriy Chaly e la sua assistente Oksana Shulyar, Chalypa è riuscita a trovare interessi comuni contro Trump. L’impiegato dell’ambasciata ucraina Andrey Telizhenko è stato incaricato di aiutare i democratici. «Oksana mi ha detto di mettermi in contatto con Chalypa nel caso in cui abbia delle informazioni o conosca persone che le hanno. Hanno coordinato l’indagine su Paul Manafort con Alexandra Chalypa e l’ufficio della signora Hillary», ha detto Telizhenko nell’intervista a Politico.

Chalypa ha “usato” Sergiy Leshchenko come fonte di informazioni. Hanno discusso il ruolo di Manafort nella politica ucraina. Un membro del parlamento ucraino le ha detto che il consulente politico americano «ha chiuso gli occhi sulla corruzione dei politici su cui ha lavorato».

C’è anche una connessione tra lo staff del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ”The Trump Dossier” e SergIy Leshchenko.

I democrat stavano cercando informazioni che discreditassero Trump e il suo entourage in diverse organizzazioni. La società di ricerca Fusion GPS era una di queste. Nell’aprile 2016 questa società ha assunto Christopher Steel, ex agente dei servizi segreti del MI-6, per redigere il “Dossier Trump”. All’epoca, fatto noto, dirigeva l’ufficio investigativo Orbis Business Intelligence.

Diversi dipendenti di Fusion GPS hanno anche partecipato a questo progetto, incaricati dell’analisi dei viaggi e delle attività commerciali dei figli di Trump e anche della ricerca di informazioni su Paul Manafort. Questo ha portato gli agenti di Fusion GPS, tra cui una certa Nellie Ohr, in Ucraina.

Nellie Ohr è una specialista della Russia che lavorava in uno dei centri di ricerca di Washington, collegato a quanto pare con la CIA. Durante l’interrogatorio al Congresso degli Stati Uniti, Nellie Ohr ha ammesso con riluttanza che il suo informatore in Ucraina era un odioso parlamentare, Sergiy Leshchenko: «Mi ricordo… hanno menzionato un certo ucraino Sergey Leshchenko», ha detto la signora Ohr, quando è stata interrogata sugli informatori di Fusion GPS. «Non so chi fosse il suo informatore», ha poi aggiunto.

Inoltre, Nellie Ohr ha detto che Leshchenko ha fornito allo staff di Fusion GPS le informazioni su Manafort. Ha detto liberamente agli ufficiali delle forze dell’ordine statunitensi delle sue scoperte. Allo stesso tempo Bruce Ohr, del dipartimento di Giustizia Usa, si teneva in contatto con l’ex agente dei servizi segreti britannici Christopher Steel e il capo di Fusion GPS Glenn Simpson; tenendo un profilo non molto professionale.

Secondo i giornalisti che hanno condotto l’indagine UkraineGate, tutti gli interrogati del Congresso sul caso Manafort fanno il nome di Sergiy Leshchenko. Il giornalista – parlamentare, si legge nella lunga inchiesta «è senza dubbio un agente americano i cui affari vanno bene grazie all’ambasciata americana. Sono sicuro che i contatti di Alexandra Chalypa, Nellie Ohr e numerosi giornalisti investigativi con Leshchenko non sono stati accidentali. Da un lato, i democratici hanno suggerito loro un’idea su dove cercare le informazioni e a chi chiedere informazioni. Dall’altro lato, i democratici hanno dettato a Leshchenko cosa dire e a chi».

Fondi per Kiev sotto Trump e sotto Biden

Uno dei capi di medio livello del 1° ufficio del dipartimento di controspionaggio del servizio di sicurezza dell’Ucraina, che si era occupato della controazione all’influenza dei servizi speciali della NATO, disse ai giornalisti dell’UkraineGate: «Avevamo un mucchio di prove che screditavano Leshchenko: registrazioni di intercettazioni, dati dei servizi segreti, sorveglianza. Invano. Il nostro comando non agisce su questi dati. Non il comando del Dipartimento, parlo del comando dell’SBU».

Nel 2018 gli Stati Uniti avevano previsto di dare all’Ucraina 570 milioni di dollari di assistenza. Ma l’amministrazione Trump l’ha ridotta a 177 milioni di dollari, cioè del 68,8%. Nel giugno 2018 si è saputo che il Senato degli Stati Uniti ha approvato il bilancio della difesa per il 2019 che prevede lo stanziamento di un aiuto militare all’Ucraina di 200 milioni di dollari. In particolare, nel disegno di legge nella sezione 1233 “Continuazione di un’iniziativa di sostegno dell’Ucraina nel campo della sicurezza” si dice che “per l’anno finanziario 2019 sono previsti 200 milioni di dollari”.

Attualmente il consigliere di Zelensky si distingue per le sue dirette patriottiche in favore di una Ucraina nella NATO.

Graziella Giangiulio

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