#UKRAINERUSSIAWAR. Dietro Zelenskyj c’è il ministro della Difesa Oleksij Jurijovyč Reznikov. Ecco chi è

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Mentre tutto il mondo ascolta le videoconferenze del presidente ucraino, a lavorare dietro le quinte c’è il ministro per la Difesa ucraino, nominato nella sua posizione solo il 4 novembre. E anche prima nel governo aveva un ruolo molto importante e delicato: Vice primo Ministro dell’Ucraina –ministro per la Reintegrazione dei Territori temporaneamente occupati dell’Ucraina. Sostanzialmente dipendeva da lui la gestione degli accordi di Parigi, il mantenimento della pace.

L’attuale ministro per la Difesa ucraina: Reznikov Alexey Yurievich è nato nella città di Leopoli nel 1966. Ha prestato servizio nell’esercito sovietico dal 1984 al 1996. Prestò servizio nel 64° ShMAS (unità militare 87358) e nell’806° Reggimento dell’aviazione d’assalto (unità militare 53904) nel gruppo Airborne Service (imballaggio paracadute, lavoro con catapulte – Certificato del Ministero della Difesa dell’Ucraina dell’11 novembre 2021), come riporta il sito Peoples.ru. Si è laureato in legge nel 1991 a Leopoli per poi fondare nel 1991 la Galicia Securities LLC  diventandone direttore. Dal 1999 al 2002 è stato vicepresidente del Centro per lo sviluppo della legislazione ucraina. Poi partner fondatore dello studio legale “Pravis” (Pravis poi divenuta Reznikov, Vlasenko e partner), e poi, in estrema sintesi e con diverse funzioni tra il  2006-2012, è parte dello studio legale “Magister & Partners”, nelle sue diverse evoluzioni, da dove parte la sua carriera politica.

La Magister & Partners ha tra i suoi soci fondatori Oleg Riabokon (il cui padre era molto noto negli ambienti sovietici) che appena uscito dalla prestigiosa Georgetown University di Washington, DC, è diventato una specie di leggenda nei circoli legali ucraini dopo aver difeso con successo un certo numero di giganti industriali del paese in controversie commerciali internazionali nel 1997. All’epoca aveva solo 25 anni. Alcuni dei clienti di Magister sono affiliati all’élite politica e imprenditoriale del Paese. Tra i clienti della Magister & Partners che rappresenta anche il governo ucraino, note aziende industriali ucraine, tra cui Interpipe Group, Illich Metallurgical Plant, Zaporizhstal e Azovstal. L’altro socio fondatore dello studio è Serhy Sviriba. Secondo Serhy Mahera, portavoce di Illich Metallurgical Plant, con sede a Mariupol, una delle più grandi acciaierie dell’Ucraina, Illich ha assunto l’azienda per la prima volta nel 1998 e che l’azienda ora rappresenta questa società nell’Unione Europea, grazie anche allo studio. Tra i grandi clienti occidentali si segnalano Coutts & Co. UK, CWL Telesport and Marketing AG Germany, Honeywell Ukraine e Toepfer International. Lo studio ha anche difeso i diritti di proprietà intellettuale di Yahoo! in Ucraina.

Si tratta in estrema sintesi di uno studio con una vasta rete professionale e di contatti globali, oltre che di lobbying, globale anch’essa, di alcuni dei più grandi gruppi del settore metallurgico ucraino e russo, probabilmente rimasti nelle secche della produzione bloccata nell’area del Donbass da anni, con una perdita significativa di introiti.

Per tornare al ministro per la Difesa dal 2008 è vice al  Consiglio comunale di Kiev. Poi nel 2012  Consigliere generale di un’altra compagnia LLC “Egorov, Puginsky, Afanasiev and Partners”; alla JSC “Majisters” lavora come avvocato;  nel 2014 è membro del Consiglio Superiore della Giustizia e infine vice Sindaco – Segretario del Consiglio Comunale di Kiev. Nel 2020 è nominato vice Primo Ministro dell’Ucraina – ministro per la Reintegrazione dei Territori temporaneamente occupati dell’Ucraina; infine a partire dal 4 novembre 2021 è ministro della Difesa dell’Ucraina.

Attualmente il Ministro Oleksiy Reznikov coordina anche l’acquisto e l’importazione di armi, le attività di intelligence e l’interazione con gli alleati. Inoltre, è diventato il comandante de facto di tutte le forze dell’ordine del paese, comprese le forze armate ucraine, i battaglioni di volontari territoriali (sul modello dell’Azov), la “Legione straniera”, cioè gli stranieri che vanno a combattere, e varie formazioni armate, cioè le milizie. Ha anche influenza sulla polizia e sul Servizio di frontiera di Stato, formalmente dipendente dal ministero degli Affari interni sotto la guida di Denis Monastyrsky.

Nel suo lavoro, Reznikov si affida attivamente a consulenti. Tra questi ci sono l’americano David Brenton, responsabile delle comunicazioni strategiche, nonché i partner della società di pubbliche relazioni CFC Big Ideas Vasily Miroshnichenko e Yuri Sak.

A dicembre 2021 dal Donbass le rappresentanze ufficiali scrivevano: «La dissonanza cognitiva nella posizione di Kiev sul Donbass sta diventando più evidente». A dirlo il “ministro degli Esteri” della DPR, che nello stesso comunicato aggiungeva: «Il ministro della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov ha chiesto che il Regno Unito, il Canada e gli Stati Uniti dispieghino le loro forze armate nel paese. Non sapendo in quale altro modo accontentare i curatori occidentali, il signor Reznikov si è persino offerto di alzare le bandiere degli “alleati anglosassoni” a Kharkov, Mariupol, Kramatorsk, Odessa e sull’isola di Zmeiny».

Nello stesso mese il Ministro Reznikov affermava: «L’Ucraina chiede agli Usa armi destinate all’Afghanistan». A darne notizia la rivista americana Foreign Policy, riferendosi a un anonimo ufficiale militare ucraino, secondo cui, il ministro della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov si è rivolto al capo del Pentagono Lloyd Austin con tale richiesta: «Non abbiamo bisogno di soldati americani o canadesi che combattono qui per l’Ucraina. Combatteremo da soli, ma dobbiamo modernizzare le nostre armi», ha affermato Reznikov. In pratica ha chiesto sempre più armi a partire dal dicembre 2021, ben prima delle operazioni militari russe.

Va ricordato che si iniziò a parlare negli States di invio di armi offensive a Kiev nel 2016, in una audizione del Congresso Usa del generale Curtis Scaparrotti, quando il futuro Saceur NATO, chiese un maggiore impegno militare e di forniture per Kiev e per l’Europa orientale. I rifornimenti di armi leggere iniziarono nel 2017, per poi proseguire l’anno successivo con armi offensive più sofisticate. L’amministrazione Trump a marzo 2018 autorizzò una vendita all’Ucraina di 210 missili anticarro Javelin e 37 lanciatori per un valore di 47 milioni di dollari. Gli Stati Uniti fornirono anche a Kiev lo Sniper Systems M107A1. Dal 2014, secondo il Dipartimento di Stato, gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina più di 3 miliardi di dollari di assistenza totale, compresa l’assistenza in materia di sicurezza e non, nonché tre garanzie di prestito sovrano da 1 miliardo di dollari. I Javelin hanno giocato un ruolo centrale nel costante sforzo degli Stati Uniti di fornire supporto militare e formazione agli ucraini dopo l’invasione russa della penisola di Crimea nel 2014. Oltre alle vendite di armi, gli Stati Uniti hanno fornito 1,5 miliardi di dollari di assistenza militare all’Ucraina tra il 2014 e il giugno 2019, secondo un’analisi del Congressional Research Service.

Con simili livelli di armamento, che molti paesi occidentali neanche si sognano, verrebbe da chiedersi cosa abbia fatto Kiev in questi anni? Perchè poi, a fine 2021, insistere solo sulla fornitura di armi e non su altri punti di cooperazione militare alleata per adempiere agli obblighi imposti dagli Accordi di Parigi? Le armi USA sono arrivata a Kiev dal 2018. L’Ucraina è partner PFP della NATO da oramai molti anni.

Dal 2020, anno in cui sono stati schierati i Javelin sul Donbas, Reznikov rappresentò Kiev nei negoziati e ha avuto sempre una posizione intransigente nei negoziati con i rappresentanti delle repubbliche popolari del Donbass tra le sue dichiarazioni rilasciate ai media ucraini e famose in Donbass: «Hanno iniziato a fare il passaporto, per poi parlare del “mondo russo” e usarlo come scusa per “proteggere i propri cittadini. L’importante per noi è non riprenderselo, come un tumore con il quale non sappiamo cosa fare… Questi sono territori malati, anche mentalmente. C’è un’opzione di resezione completa, amputazione o cura. Sono per la terapia e il completo ripristino del nostro corpo».

Un altro dato singolare è il seguente: mentre Oleksiy Reznikov veniva nominato Ministro, Dmitry Yarosh, l’ex leader dell’organizzazione radicale del Settore Destro, è stato nominato il due novembre 2021, consigliere del comandante in capo della Forze Armate dell’Ucraina.

Nell’ottobre 2021 Oleksiy Reznikov a RBC Ukraine dichiarava: «Il governo ucraino sta preparando un disegno di legge sulle procedure di amnistia e il riconoscimento di una serie di documenti dei territori del Donbass non controllati da Kiev (…) Questa è una legge più dettagliata e più profonda, che spiegherà come fare un’amnistia in dettaglio, come convalidare determinati documenti. Non esisteva una dottrina legale come la convalida prima in Ucraina. Per convalida si intende la procedura per il riconoscimento di determinati documenti emessi in territori non controllati da Kiev, come certificati di nascita, morte, matrimonio e divorzio».

Alla sua proposta faceva eco quella del ministero per gli Esteri del DPR: «Le autorità ucraine dovrebbero dedicare il loro tempo non al narcisismo, ma a lavorare sul percorso di Minsk (…) Il ministro ucraino per la “reintegrazione” del Donbass e allo stesso tempo il rappresentante dell’Ucraina nel gruppo di contatto, il sig. Reznikov, continuano a ritenere che il suo dipartimento funzioni già perfettamente e stia affrontando pienamente i compiti esistenti, il che significa che puoi dedicare del tempo a lunghe interviste per i media invece di prendere almeno alcuni sforzi per una vera ripresa della pace nel Donbass».

Il Ministero DPR poi proseguiva: «Reznikov sta dialogando con i giornalisti riflettendo sul tema se la formula di Steinmeier sia pericolosa o meno per la sovranità ucraina, apparentemente cercando di piegarsi al segmento della società con una mentalità radicale. Ma allo stesso tempo, Reznikov tace sul fatto che la stessa formula di Steinmeier è solo un meccanismo per l’entrata in vigore dello status speciale del Donbass, ma esattamente qual è questo status, quali i suoi parametri e la portata, le parti al conflitto necessità di determinare nel quadro di un dialogo congiunto e in conformità con gli accordi di Minsk. Ma nessun dialogo in questa direzione è nemmeno partito: invece di un lavoro produttivo per una soluzione politica, Kiev negli anni è riuscita solo a inventare nuove accuse di sabotaggio, oltre a sviluppare alcune iniziative avulse dalla realtà, come il disegno di legge sul periodo di transizione, che semplicemente non avvicina i progressi nel percorso di Minsk, ma al contrario affronta la situazione con l’attuazione di una serie di misure “in rosso”».

Secondo le repubbliche del Donbas poi: «Sorprendente è anche la tenacia con cui i funzionari ucraini cercano di ignorare la vera essenza degli eventi del 2014 nel Donbass e di ripetere il trito mantra sul fatto che “la Russia è una parte in conflitto con l’Ucraina”. Per più di 7 anni di confronto, i leader dell’Ucraina non si sono presi la briga di capire cosa è successo dopo il colpo di stato illegale a Kiev e perché i residenti del Donbass non volevano far parte di questa illegalità. E anche i funzionari di Kiev non avrebbero potuto leggere attentamente il Pacchetto di misure, altrimenti sarebbero stati sicuri che le parti in conflitto sono Donetsk, Lugansk e l’Ucraina, ma non la Russia, che, in linea di principio, non è nemmeno menzionata in questo documento».

«Tuttavia, lo specialista della “reintegrazione”, Reznikov, si è comunque concesso un barlume di sincerità nella sua recente intervista, valutando l’effetto del lavoro sul sito di Minsk come “assolutamente pari a zero”. Ma ha dimenticato di notare che la colpa di queste “quattro o cinque ore di niente” è solo dei rappresentanti della delegazione ucraina, che sono più interessati alla casistica, al funambolo verbale e ad altri sofismi nei negoziati con noi – in generale, qualsiasi cosa, ma non una vera discussione sui meriti di un accordo di pace. Uno degli esempi più eloquenti: passerà presto un anno da quando abbiamo inviato a Kiev la nostra bozza di tabella di marcia, che propone solo una via d’uscita dall’attuale impasse, ma non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta dall’Ucraina. In tali circostanze, qualcun altro ha dubbi su chi è responsabile dell’efficacia zero del processo di Minsk?», prosegue il comunicato del Ministero cercando di illustrare la situazione bloccata prima della cosiddetta operazione militare di pacificazione e denazificazione iniziata da Mosca.

Ma il ragionamento, utile a comprendere le diverse ragioni politiche, precedenti le operazioni militari, non finisce qui: «Allo stesso tempo, richiamiamo ancora una volta la vostra attenzione sul fatto che dichiarare semplicemente i colloqui di Minsk “storia morta” e rifiutarsi di attuarli senza conseguenze non funzionerà per le autorità ucraine. L’insieme delle misure è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, questo documento ha lo status di atto di diritto internazionale vincolante. Ciò significa che i negoziatori ucraini e, in particolare, Reznikov dovrebbero dedicare il loro tempo non al narcisismo nello spazio dei media, ma a un lavoro reale, produttivo e congiunto con le Repubbliche per attuare i loro obblighi sulla pista negoziale di Minsk».

Tornando all’operato del Ministro ucraino, nell’agosto del 2021, Reznikov a Bruxelles, in una riunione della commissione Ucraina-NATO, in qualità di vice primo ministro per l’Occupazione aveva cercato di dimostrare ai presenti che Kiev aveva adempiuto a tutti i suoi obblighi in seguito ai risultati del vertice di Parigi del 2019.

Le cose sarebbero state ben differenti secondo Ridion Miroshnik, rappresentante della Repubblica Popolare di Lugansk: «Dei 9 punti obbligati inclusi negli esiti concordati congiuntamente nel vertice di Parigi in formato Normandia, la parte ucraina ha soddisfatto due punti e quelli non del tutto applicati: due scambi sono stati portati a termine, le condizioni dei quali Kiev ha soddisfatto solo in parte, e quindi ora non ci sono scambi, inoltre ha firmato un documento sulle “misure aggiuntive” sul regime di cessate il fuoco, che lei stessa ha violato un mese e mezzo dopo (…) Le voci rimanenti includono impegni per l’apertura di nuovi posti di blocco, tre nuove zone di disimpegno, sminamento, ecc. che sono rimanste completamente immobili». E ancora Miroshnik aggiunge: «Taccio sugli impegni politici a concordare uno “status speciale” che costituiscono l’intera seconda sezione della Dichiarazione e non sono mai stati concordati o discussi in un anno e mezzo. Ma l’Ucraina ha fatto tutto!».

Al di là della propaganda di una parte o dell’altra, i fatti restano sul tavolo, così come gli interessi che hanno mosso le diverse posizioni politiche da un lato e dall’altro. Oggi parlano i cannoni.

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Graziella Giangiulio e Antonio Albanese