Pacchetto energia-ambiente 2030. Ue divisa

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BELGIO – Bruxelles 05/03/2014. Il 3 ed il 4 marzo si è riunito il Consiglio UE dei ministri europei dell’Ambiente e dell’Energia al fine di discutere il “Pacchetto energia-ambiente 2030” presentato dalla Commissione lo scorso 22 gennaio.

Tale vertice risulta di fondamentale importanza poiché preparatorio rispetto al Consiglio europeo che il 20 e 21 marzo prossimi stabilirà, in via definitiva, le nuove quote obbligatorie di produzione di energia da fonti rinnovabili e la riduzione delle emissioni climalteranti.

I ministri dei ventotto Stati membri sono ampiamente concordi nel considerare sostenibilità ambientale, competitività e sicurezza dell’approvvigionamento energetico quali elementi fondamentali del “Pacchetto” e che quest’ultimo sia assolutamente necessario per fornire all’Unione un quadro normativo finalmente stabile e duraturo e ad investitori, imprese e cittadini imprescindibili linee guida sulle future politiche climatiche ed energetiche.
Gli Stati membri, tuttavia, sono abbastanza divisi sui principali target previsti dal documento. La Germania, ad esempio, preme affinché nel “Pacchetto energia-ambiente” ci sia un obiettivo vincolante per il risparmio energetico e maggiore ambizione sulle fonti rinnovabili, mentre altri Paesi, come la Polonia, ritengono utile e giusto che l’impegno al taglio delle emissioni sia assunto in maniera opzionale. Proprio il governo polacco starebbe ostacolando l’approvazione dell’unico target importante inserito dalla Commissione europea nel provvedimento, ovvero la riduzione entro il 2030 del 40% delle emissioni CO2 rispetto ai livelli del 1990, mediante pressioni su altri Stati, allo scopo di rinviare la decisione finale al prossimo anno e far sì che il target venga reso vincolante per l’UE nel suo complesso e non per i singoli Stati membri.
Proprio per quanto riguarda i target, è necessario ricordare che già sono stati oggetto di scontro tra Commissione ed Europarlamento. L’esecutivo comunitario ha previsto, oltre alla suddetta riduzione delle emissioni, il raggiungimento del 27% di rinnovabili sui consumi a livello UE per il 2030 e, più in generale, politiche più ambiziose in materia di efficienza energetica. L’Europarlamento, però, ha ritenuto troppo modesti tali traguardi ed infatti, il 5 febbraio a Strasburgo, ha votato favorevolmente una risoluzione con la quale chiede ufficialmente alla stessa Commissione l’approvazione di tre obiettivi: 40% in meno di CO2, 30% in più di energie rinnovabili e 40% in più di efficienza energetica entro il 2030 e di renderli obbligatori in tutti i Paesi dell’Unione.
La posizione del governo italiano sulla querelle, interpretando le parole del neoministro all’Ambiente, Gian Luca Galletti, sembra essere incline al “piano” dell’esecutivo comunitario. Galletti, difatti, ha definito la proposta della Commissione europea «coerente con la necessità di contribuire, nell’ambito del contesto internazionale, alla riduzione dell’intensità di carbonio nell’economia mondiale, anche alla luce degli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici», ha aggiunto che l’Italia chiede una «adeguata governance del processo per garantire a tutti gli Stati membri il raggiungimento degli obiettivi dando la flessibilità necessaria per raggiungerli al minor costo possibile, tenendo conto della sostenibilità e della sicurezza degli approvvigionamenti» ed ha poi concluso dicendo che il quadro per il 2030 deve necessariamente considerare «la capacità di spesa dei singoli Paesi nel contesto attuale».
Le parole del nuovo ministro, però, deludono ambientalisti e rappresentanti della green economy, che, riuniti a Piazza Montecitorio il 28 febbraio scorso, avevano chiesto al governo di pronunciarsi in favore dei tre target ambiziosi e vincolanti proposti dall’Europarlamento.