TURCHIA. L’opposizione chiede conto a Erdogan della sparizione delle riserve in dollari

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In Turchia il principale partito di opposizione chiede di sapere cosa è successo a 128 miliardi di dollari di riserve in valuta estera che erano detenuti dalla banca centrale. L’amministrazione Erdogan nel 2019 ha iniziato una politica di interventi su valuta straniera poco ortodossa per difendere la lira turca sulla scia della crisi valutaria della Turchia dell’agosto 2018. Ma la politica, mentre bruciava le riserve a un tasso orrendo, ha fallito, portando il paese sull’orlo di un’altra crisi valutaria lo scorso autunno, inducendo il presidente Recep Tayyip Erdogan a sostituire il suo ministro delle Finanze, suo genero Berat Albayrak, e il governatore della banca centrale e passare a strategie economiche più ortodosse, riporta Bne Intellinews.

Il Partito Popolare Repubblicano, Chp, ha accusato il presidente del fiasco economico quando questi ha incolpato Albayrak e si è difeso dicendo che la campagna era un attacco a lui e alla sua famiglia.

Da quando Albayrak si è dimesso, la lira ha recuperato più del 20%, ma il 22 febbraio si è di nuovo indebolita di circa l’1,0% andando a poco più di sette al dollaro.

La precaria posizione economica della Turchia è stata sottolineata il 19 febbraio da Mustafa Sonmez, riporta Al-Monitor, secondo il quale i rimborsi del debito estero della Turchia e il finanziamento del suo deficit delle partite correnti richiederanno almeno 200 miliardi di dollari quest’anno, minacciando di spingere in alto i costi di prestito e interrompere i recenti guadagni della lira, a meno che Ankara non ricostruisca la sua credibilità tra finanziatori e investitori.

L’ammontare del debito estero turco in scadenza in 12 mesi era di circa 189 miliardi di dollari alla fine del 2020, equivalente al 43,4% dello stock di debito estero del paese di 435 miliardi di dollari, secondo i dati della banca centrale rilasciati il 18 febbraio. Lo stock del debito estero, nel frattempo, è arrivato a rappresentare quasi il 60% del Pil della Turchia sotto l’impatto della crisi economica dal 2018, alimentata dal grave deprezzamento della lira turca, ha sottolineato Sonmez.

Il rollover del debito estero ha già messo a dura prova la Turchia negli ultimi anni, costringendola a prendere in prestito a tassi di interesse più elevati, mentre la Turchia ha bisogno di denaro straniero anche per finanziare il suo deficit delle partite correnti, che probabilmente toccherà i 15 miliardi di dollari quest’anno.

I danni creati dalla pandemia hanno portato a un deficit di quasi 37 miliardi di dollari l’anno scorso, secondo i dati della banca centrale turca. Anche se il tasso di crescita per il 2020 deve ancora essere rilasciato ufficialmente, le stime lo collocano al 2%.

La Turchia ha quindi bisogno di un flusso di investimenti stranieri, se non fosse che la politica ha distrutto le possibilità di investimenti esteri come nel caso dell’impianto Volkswagen sfumato per le tensioni politiche tra Ankara e l’Unione Europea. L’interesse straniero nei settori industriali e dei servizi del paese è molto basso.

Il Tesoro turco ha dovuto accettare un tasso d’interesse di circa il 5% per poter prendere in prestito a gennaio, quando il premio di rischio del paese era di circa 300 punti base.

Secondo Sonmez «gli investitori hanno bisogno di fiducia che Ankara abbia un piano economico stabile che vada oltre la stretta monetaria attraverso l’aumento dei tassi. Si aspettano anche trasparenza nelle aree economiche chiave, compresa la chiarezza sull’ammontare dei crediti inesigibili nel settore bancario e l’onere finanziario portato sul bilancio dalle controverse garanzie di fatturato che Ankara ha offerto alle aziende coinvolte nei grandi progetti infrastrutturali. Ultimo, ma non meno importante, stanno guardando da vicino se Ankara seguirà le promesse di riforma giudiziaria per ripristinare la fiducia nello stato di diritto».

Lucia Giannini