Troppi stop and go per le rinnovabili

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energia-solare2ITALIA – Lo Stato italiano negli ultimi decenni ha introdotto diversi meccanismi di incentivazione delle fonti rinnovabili per motivi ambientali e per garantire una maggiore indipendenza dalle importazioni di energia dall’estero.

Nel 1973 la prima crisi petrolifera mette in difficoltàil Paese in quanto largamente  dipendente dalle importazioni di petrolio non solo per il settore elettrico, ma anche i trasporti e il riscaldamento. Come risposta il Governo vara politiche di austerity e un Piano Energetico Nazionale  e per la prima volta inizia ad interessarsi di energie rinnovabili ed efficienza energetica. Anche il secondo Piano Energetico Nazionale del 1988 prevede ingenti investimenti nelle fonti rinnovabili ed in particolare 1000 miliardi di lire per la ricerca nel solare fotovoltaico. 

L’Italia dopo essere stata leader nello sviluppo delle tecnologie per l’idroelettrico e il geotermico, si pone come capofila nello sviluppo delle energie rinnovabili moderne, quali l’eolico e il solare, grazie alle ricerche e alle sperimentazioni coordinate da Enel ed Enea, che vedono coinvolte molteplici altre aziende, pubbliche e private. Tuttavia, proprio quando sarebbe arrivato il momento di promuovere la diffusione su larga scala di queste fonti sul territorio, entrano in gioco le  lobbies che niente hanno a che fare con le rinnovabili. Si “inventa” una nuova tipologia di fonti, le cosiddette assimilate alle rinnovabili, e la quasi totalità dei trenta miliardi che, dal 1992 ad oggi, avrebbero dovuto promuovere in maniera consistente le vere rinnovabili viene indirizzata alla produzione elettrica da scarti di raffinerie ed inceneritori, che in realtà non hanno nulla di pulito.

Dai primi anni ’90 si incentiva la produzione di energia da rinnovabili attraverso i contributi a fondo perduto a livello locale e la delibera CIP6 del Comitato Interministeriale dei Prezzi, adottata nell’aprile del 1992 a seguito della legge n. 9 del 1991, in conseguenza della quale i produttori  di energia elettrica da fonti rinnovabili o assimilate hanno diritto a rivenderla al Gestore dei Servizi Energetici a un prezzo superiore a quello di mercato. Anche il decreto legislativo n°79 del 1999, che recepisce la Direttiva 96/92/CE concernente norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica, ha incentivato l’uso delle energie rinnovabili, il risparmio energetico, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, imponendo agli importatori e ai soggetti responsabili degli impianti, che in ciascun anno importano o producono più di 100 GW/h anno di  energia elettrica da fonti esauribili, di immettere nel sistema elettrico nazionale nell’anno successivo una quota prodotta da impianti alimentati da fonti rinnovabili. Questo obbligo può essere adempiuto anche mediante l’acquisto delle relative quote da produttori terzi, dando vita al mercato dei Certificati Verdi.

Nel 2005 viene avviato il sistema conto energia per piccoli impianti, in particolare fotovoltaici, per il quale lo Stato paga ogni kW prodotto in base alla tariffa incentivante. Il conto energia è previsto dal decreto legislativo 387 del 2003, che recepisce la Direttiva 2001/77/CE, e passa attraverso l’approvazione del D.M. del luglio 2005 e la delibera 188 del settembre 2005 prodotta dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas.

Con il decreto legislativo n°28 del 2011, che attua la Direttiva 2009/28/CE, oltre a favorire la generazione e l’uso di energia da fonti pulite, si pone l’obiettivo di semplificare le procedure per l’autorizzazione, la costruzione e l’esercizio di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. La novità più importante della norma, tuttavia, è rappresentata dall’obbligo, per gli edifici nuovi e per quelli sottoposti a ristrutturazioni rilevanti, di istallare impianti di produzione da rinnovabili al fine di coprire il 20% dei consumi energetici.

Il meccanismo degli incentivi  prosegue nel 2012 con l’emanazione del D.M. del 6  luglio 2012,  riguardante le rinnovabili elettriche, e del D.M. del 5 luglio 2012, che avvia il V conto energia, entrambi attuativi del DLgs n°28 del 2011. Il primo si applicherà agli impianti che entreranno in esercizio dall’1 gennaio 2013 e consentirà l’accesso diretto agli incentivi per gli impianti eolici e alimentati dalla fonte oceanica di potenza fino a 60 kW, gli impianti idroelettrici di potenza nominale fino a 50 kW, gli impianti alimentati a biomassa  di potenza fino a 200 kW e gli impianti alimentati a biogas di potenza fino a 100 kW. Gli stabilimenti con potenza superiore potranno accedere alla tariffa incentivante mediante una procedura competitiva di asta al ribasso o previa iscrizione in appositi registri. Il V conto energia, invece, entrato in vigore il 27 agosto, stanzia 700 milioni di euro in incentivi per gli impianti fotovoltaici di potenza fino a 12 kW e per quelli fino a 50 kW realizzati in sostituzione dell’eternit e favorisce in particolar modo l’autoconsumo. Il problema, è che i fondi si esauriranno a breve, secondo autorevoli analisti al massimo entro l’estate del 2013, lasciando il fotovoltaico privo di incentivazione. In quel momento giocherebbero un ruolo importante le ESCo, ovvero operatori industriali che realizzano impianti fotovoltaici mediante il meccanismo del finanziamento tramite terzi, senza quindi godere degli incentivi ma semplicemente giocando sul prezzo di vendita dell’energia prodotta.

L’Italia è ad oggi leader nel mondo per  livelli di investimenti nelle rinnovabili in proporzione alla sua economia ed ha registrato, negli ultimi cinque anni, i tassi di crescita più alti del G-20. È anche vero, però, che i sistemi di promozione delle rinnovabili hanno funzionato meno bene rispetto ad altri Paesi, per via della sovrapposizione dei sistemi di incentivazione, instabilità del sistema normativo, opposizioni a livello locale. La sfida, dunque, sarà attuare politiche in grado di offrire sicurezza a lungo termine agli investitori sul mercato.

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