Troppe distrazioni legate ai finanziamenti ai partiti

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Nell’ambito del sempiterno dibattito sulla riforma – o attuazione – dell’articolo 49 della nostra Costituzione, assistiamo al ciclico ritorno del tema del finanziamento ai partiti e dell’effettività della loro struttura democratica interna. Argomenti indissolubilmente connessi alla trasparenza e alla responsabilità delle forme di partecipazione alla vita politica. 

Come noto, dopo gli episodi di distrazione di denaro pubblico emersi nei primi anni novanta, si decise nel 1993, tramite referendum popolare, di abrogare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Tuttavia, nonostante questo avanzamento formale, l’immagine che emerge diciannove anni dopo, riportata con rigore da numerosi centri studi, non sembra rispecchiare il recepimento della direzione vettoriale dichiarata. Negli ultimi vent’anni si è avuto un incremento pari al 1500% delle somme di denaro destinate ai partiti politici, per un totale di circa 500 milioni di euro annui, legati – a differenza di quanto riporti la vulgata corrente – non solo alla costruzione legislativa del “rimborso elettorale”, sostitutivo del precedente “finanziamento pubblico”. Alla forma più conosciuta andrebbero infatti aggiunti i contributi per i gruppi rappresentativi presso le istituzioni (circa 75 milioni di euro); le somme ricevute dai gruppi consiliari presso le regioni (circa 75 milioni di euro); i finanziamenti verso le testate giornalistiche di partito (circa 50 milioni di euro); nonché i contributi ricevuti dai parlamentari per spese di segreteria e per la formazione, restituiti indirettamente alle casse dei partiti (in una somma che oscilla tra i 25 ed i 50 milioni di euro). Fenomeno quest’ultimo che farebbe albergare all’interno delle stesse Istituzioni un mancato rispetto dei dettami giuslavoristici, oltre che ad una mancata attenzione alla formazione ed al ricambio generazionale della classe dirigente. Di questo considerevole ammontare, farebbero inoltre parte – per una cifra pari ad 80 milioni di euro – i contributi che arrivano per detrazione fiscale alle imprese e le risorse che scaturiscono dall’esenzione ICI per gli immobili destinati all’uso partitico (circa 5 milioni di euro). Evidente, in un periodo di stretta crisi economica, il rischio di una delegittimazione dell’attuale eredità del sistema partitocratico, che non ha visto incrementare al suo interno la trasparenza legata ai costi di gestione della politica ed alla selezione delle cariche. Emergono dunque, allo stato attuale, ipotesi di finanziamento privato per mezzo del credito di imposta, oppure la costituzione di un registro dei partiti che porti ad una maggiore severità e trasparenza nei meccanismi di raccolta dei candidati e nelle modalità di selezione delle cariche elettive. Aldilà fascinazioni primarie, il sistema della raccolta firme, spesso con apposizione postuma del nome del candidato, sembrerebbe infatti costituire la forma di un’anacronistica delega impropria, poco rispettosa dell’effettiva ripartizione territoriale della rappresentanza.