Se Taksim come Tahrir, allora Erdogan come…

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ITALIA – Roma 11/6/13. Gli scontri che anno insanguinato piazza Taksim ad Istanbul, l’11 giugno, sono stati l’ultimo episodio di una protesta la cui fase attuale è durata una decina di giorni. Trt Haber Tv, nella giornata dell’11 giugno, ha riportato le parole del premier turco Recep Tayyip Erdogan, secondo cui le proteste sono dirette contro l’economia e la politica del paese. 

Erdogan ha poi detto che quattro persone sono state uccise durante i disordini: si tratta di tre manifestanti e un poliziotto. Il premier ha aggiunto che i manifestanti non si rendono ancora conto della entità del danno fatto all’economia e al turismo. 

Secondo Erdogan, circa l’80 per cento delle prenotazioni turistiche sono state annullate a causa delle proteste in Turchia: «Il governo non deve rimanere in silenzio quando gruppi radicali stanno danneggiando l’economia del Paese» ha detto il premier.

Nei giorni precedenti, Erdogan ha dichiarato che il governo era stato informato in anticipo delle imminenti provocazioni in Turchia, ma non si aspettava che la riqualificazione del parco Gezi diventasse la scintilla per gli scontri, e in una conferenza stampa a Tunisi aveva denunciato la presenza tra gli organizzatori delle proteste di appartenenti a gruppi terroristici, gli stessi che avevano organizzato l’attentato contro l’ambasciata statunitense ad Ankara.

Il vice Primo ministro turco Bulent Arinc ha detto che il danno dalle proteste in Turchia ha colpito più di 70 milioni di lire. La Banca centrale della Turchia, nel frattempo, ha preso misure per stabilizzare la moneta sotto pressione a causa delle proteste. La banca ha venduto 50 milioni di dollari, l’11 giugno, in un’azione tesa a stabilizzare la valuta, dichiarandosi disposta a ripetere la mossa, se necessario, nei prossimi giorni.Dopo dieci giorni di protesta, la polizia di Istanbul ha bloccato le strade che portano alla piazza Taksim la mattina dell’11 giugno e ufficialmente per pulire la piazza ma quasi da subito sono iniziati gli scontri. Il sindaco di Istanbul, Huseyin Avni Mutlu, sulla Turk Cnn, ha detto che la polizia non doveva usare la forza contro i manifestanti a Taksim e che l’obiettivo della polizia era quello di ripulire l’area dai manifesti anti-governativi e rimuovere le barricate. Oltre che ad Istanbul, gli scontri si sono registrati il 10 giugno a piazza Kizilay ad Ankara. Le proteste sono esplose nuovamente dopo che lo stesso premier si era detto pronto a incontrare i rappresentanti dei manifestanti il 12 giugno.

Le proteste contro la distruzione del parco Gezi in Piazza Taksim a Istanbul sono durati per più di 10 giorni. Polizia di Istanbul bloccato le strade che portano alla piazza Taksim di questa mattina, dove diversi gruppi di persone hanno continuato protesta. Inoltre, il governatore di Istanbul, Huseyin Avni Mutlu ha detto che la polizia non usare la forza contro i manifestanti in Piazza Taksim. Il sindaco ha poi aggiunto che l’obiettivo della polizia era quello di ripulire l’area dai manifesti anti-governativi e rimuovere le barricate. In precedenza, era stato riferito che il primo ministro Recep Tayyip Erdogan avrebbe incontro i rappresentanti dei manifestanti il 12 giugno.

Il canale Trt Turk, sempre l’11 giugno, ha intervistato il ministro dell’Economia turco Zafer Caglayan, per il quale ci sono forze che non sono interessate allo sviluppo economico della Turchia. Il ministro ha poi detto che queste forze vogliono rallentare lo sviluppo del paese da 30 anni. L’Associazione del Turismo turca ha detto di aver registrato una diminuzione nel numero di turisti negli hotel a Istanbul durante i primi giorni di protesta, per poi stabilizzarsi.

La diminuzione delle presenze, per l’Associazione, è stata del circa il 30 per cento soprattutto nelle strutture situate vicino a piazza Taksim. Secondo Ruben Safrastyan, direttore dell’Oriental Studies Institute dell’Accademia nazionale armena delle scienze, commentando i fatti di Istanbul, ha detto in conferenza stampa che la vita civile interna della Turchia non sarà mai più come era prima e che gli ultimi eventi avranno comunque conseguenze,

Secondo Safrastyan, l’attuale situazione in Turchia avrà un forte impatto sulle elezioni presidenziali del 2014 e su quelle locali; ha poi aggiunto che non si deve pensare ad un’influenza straniera dietro a ciò che sta avvenendo nel Paese. «La rabbia del pubblico è esplosa quando le autorità turche hanno dato un giro di vite per bloccare una piccola protesta. Le persone che si riunivano erano indignate contro le azioni delle autorità», ha aggiunto Safrastyan, per il quale alcuni strati della società hanno superato così il loro timore delle autorità. Ai manifestanti spontanei si sono poi unite due sigle sindacali: la Confederazione dei Sindacati degli Operai pubblici (Kesk) che aveva già programmato uno sciopero per il 5 giugno. Di fronte al montare delle proteste in molte città turche, il Kesk aveva spostato lo sciopero di un giorno, collegandolo alle proteste per il parco Gezi, criticando «la risposta terroristica» del governo alle proteste pacifiche. 

Il Kesk comprende 11 organizzazioni e circa 240mila membri, inclusi gli insegnanti e i lavoratori del pubblico impiego. Alla Kesk, si è poi aggiunta una seconda alleanza sindacale, la Disk, che comprende una vasta gamma di sindacati che rappresentano il tessile, la medicina e i lavoratori del turismo.

A piazza Taksim, quindi, i manifestanti hanno condannato le crescenti tendenze autoritarie e religiose del governo Erdogan prese in un paese noto per essere ab origine una democrazia laica.

Le recenti leggi sulla vendita di alcolici, il tentativo di vietare l’aborto, la costruzione di una serie di moschee, una in Piazza Taksim, e la denominazione di un ponte ad un sultano ottomano noto per i massacri e le persecuzioni religiose.

Ma più che la legislazione sui controlli sociali, molti manifestanti stanno rifiutando l’agenda governativa percepita come troppo tendente al business a favore dei circoli vicini al primo ministro. Il centro commerciale, causa scatenante delle proteste, è infatti riconducibile al genero del premier Erdogan; politico che, al suo terzo mandato, è conosciuto come un leader neoliberista.

Il piano di radere al suolo il parco Gezi per la costruzione di un centro commerciale ha indignato tante cittadini turchi che vedono con preoccupazione la trasformazione di parchi, siti storici, e spazi pubblici in centri per gli affari, spostando dalle zone coinvolte i residenti più poveri.

Altri piani di sviluppo controversi includono la corruzione di ponti, centri commerciali, canali e una espansione dell’aeroporto del valore di miliardi di dollari che vengono ritenuti eccessivamente onerosi e inutili privi dell’appoggio popolare, di rispetto per l’ambiente, irriguardosi delle esigenze della viabilità, del diffuso costume sociale turco a riunitisi in spazi aperti e non al chiuso dei centri commerciali. 

Su Asia Times, il giornalista investigativo Pepe Escobar scrive che: «La recente scintilla di Istanbul è stata accesa da un piccolo gruppo di giovanissimi ambientalisti che organizzano un sit-in pacifico, modello Occupy, a Piazza Taksim, per protestare contro la distruzione programmata di uno dei pochi spazi verdi pubblici rimasti al centro della città: il parco Gezi. La distruzione di Gezi segue un programma neoliberista testato a livello globale, che prevede la costruzione di una replica della Caserma dell’Artiglieria ottomana, destinata ad abitazioni e in parte ad un centro commerciale. È fondamentale notare che il sindaco di Istanbul, anche lui membro Akp, possiede una catena di vendita al dettaglio che farà piazza pulita della concorrenza nella vendita al dettaglio fuori dal centro commerciale. L’uomo che possiede il contratto per la “riqualificazione” del parco è Berat Albayrak, genero di Erdogan (…) Erdogan è l’uomo che più di due anni fa gridava, “Mubarak deve ascoltare il suo popolo”, e che poi affermava che la stessa cosa avrebbe dovuto fare Assad in Siria. Ora la maggioranza dei turchi rifiuta totalmente il “supporto logistico” di Ankara per i “ribelli” siriani.

L’ironia è che Damasco, ora, sta avvertendo Erdogan di frenare la repressione violenta, per ascoltare “il suo popolo”, o dimettersi». Le misure di controllo sociale imposte dall’Akp sono state oggetto di un sondaggio demoscopico effettuato dal quotidiano Hurriyet.

Su Hurriyet online del 2 Giugno 2013, infatti, vengono forniti i dati demoscopici sulla restrizione delle vendite di alcol dopo le 22:00.

«Coloro che dicono che si tratti di una intromissione nella vita delle persone sono il 60,8 per cento della popolazione (…) solo il 34,7 per cento della popolazione turca consuma bevande alcoliche (…)

Qualcuno sotto gli effetti dell’alcool vi ha mai causato danno?  Chi dice di no arriva al  92,9 per cento della popolazione; la risposta positiva tocca il restante 7,1 per cento (…) La restrizione dell’uso di alcol vi potrebbe far smettere di bere? Un 75,9 per cento dice di no, mentre il 24,1 per cento dice di sì».

Per quel che riguarda la posizione turca verso la Siria, sempre Hurriyet afferma che: «Il 70,8 per cento degli intervistati ha detto che la posizione dell’Akp sulla Siria è sbagliata». Su questo tema lo stesso Akp è diviso: circa il 32 per cento respinge il sostegno di Erdogan ai ribelli contro il governo siriano. Numerose testimonianze mostrano che la popolazione teme le conseguenze per la sicurezza nazionale del sostegno dato ad i ribelli, percepiti come collegati ad Al Qaeda, contro Assad e Hezbollah.

Le implicazioni delle manifestazioni di Istanbul sono quindi più ampie e vanno inquadrate in un ottica non semplicemente economica o socio-religiosa prettamente interna. La politica estera turca, troppo sbrigativamente definita come neo ottomana grazie al suo riallacciare i legami con l’area dell’antico impero, potrebbe fornire qualche dato in più: la partecipazione del ministro degli esteri turco alla Conferenza sulle donazioni in favore della città di Quds (nome arabo di Gerusalemme) proprio nei giorni del caos in madrepatria potrebbe fornire qualche lume in più (AGC Communication  Baku: terminale del mondo islamico) per inquadrare le dinamiche di potere che ruotano attorno allo Stato nato dalle ceneri del millenario impero turco la cui scomparsa e la seguente secolarizzazione ha posto le premesse per la situazione che si sta vivendo in quello scacchiere in questi giorni.