
Nelle ultime settimane la città sudanese di Al-Hilaliyya è stata pesantemente colpita dal conflitto in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Dopo la defezione alle SAF di un comandante locale delle RSF, Abu Aqlah Kikal, i miliziani delle RSF hanno reagito con la forza nella regione di Al-Jazirah, dove si trova Al-Hilaliyya. Le RSF hanno iniziato l’assedio della città il 20 ottobre causando, secondo il Sudan Tribune, oltre 382 uccisioni tra i civili.
I resoconti indicano che alcuni sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco, mentre altri sono deceduti a seguito di un avvelenamento dovuto al cibo contaminato da escrementi. Questo assedio ha lasciato i residenti con scarse quantità di cibo e risorse primarie limitate, costringendo molti a pagare ingenti somme alle RSF per poter lasciare la città. Le violenze si estendono anche ad altre zone della regione di Al-Jazirah, dove le RSF hanno attaccato numerosi villaggi causando lo sfollamento di circa 400.000 persone decimando le comunità.
In risposta, i funzionari delle Nazioni Unite e i leader internazionali hanno condannato queste azioni citando abusi diffusi, tra cui violenza sessuale sistemica, detenzioni illegali e sfollamenti forzati di civili. L’ONU ha sanzionato due generali delle RSF, Osman Mohammad Hamid Mohammad comandante del Dipartimento Operativo, e Abdel Rahman Juma Barkalla comandante nel Darfur Occidentale, per i ruoli che hanno assunto nella guerra contro l’esercito regolare sudanese.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sta discutendo una risoluzione redatta dal Regno Unito che chiede alle parti in guerra in Sudan di cessare le ostilità e di garantire l’accesso sicuro di aiuti umanitari, in modo rapido e senza ostacoli, attraverso le linee del fronte e i confini. Le Nazioni Unite hanno affermato che circa venticinque milioni di persone, metà della popolazione del Sudan, necessitano di aiuti a causa della carestia dilagante nei campi profughi e che undici milioni di persone sono sfollati interni; tre milioni di civili invece sono diretti verso l’Egitto e la Libia.
Il governo sudanese dal canto suo ha comunicato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di aver prorogato a tempo indeterminato la scadenza dell’apertura del valico di André con il Ciad, inizialmente fissata per metà novembre, per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nel Darfur devastato dalla guerra. I funzionari sudanesi restano però indecisi su quale iniziativa intraprendere per la risoluzione del conflitto.
Hussein Al-Amin Al-Fadil Al-Haj, vice Ministro degli Esteri del Sudan, a margine del Forum sul Partenariato Russia – Africa di Sochi ha affermato che il percorso verso la risoluzione della guerra inizia con l’interruzione delle interferenze straniere, consentendo al Sudan di ritrovare una stabilità interna senza ulteriori pressioni da attori esterni. Il vice Ministro ha inoltre aggiunto che vede la Russia come un possibile interlocutore per sostenere la stabilità sudanese, dati i suoi ampi rapporti con i paesi africani.
L’ambasciatore della Repubblica del Sudan in Italia, S.E. Sayed Altayeb, ha dichiarato che il governo di Khartoum è disposto a sedersi al tavolo dei negoziati di pace, purché alla base ci sia il Trattato di Jeddah siglato nel 2023 con Arabia Saudita e Stati Uniti. Altayeb ha infine accennato all’iniziativa portata avanti dall’Igad (Autorità Intergovernativa Sviluppo, formata da Etiopia, Kenya, Somalia, Eritrea, Gibuti, Uganda, Sudan e Sud Sudan), sostenendo che il Sudan preferisce comunque la dichiarazione di Jeddah perché più equilibrata in quanto include l’Arabia Saudita, rappresentante degli interessi dei Paesi arabi, e gli Stati Uniti, portatori degli interessi dell’Occidente. Le uniche riserve, conclude l’ambasciatore, sono dovute al fatto che sono stati richiesti più osservatori e negoziatori stranieri.
Beatrice Domenica Penali
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