
Il Dipartimento di Stato americano il 09 marzo ha designato i Fratelli Musulmani sudanesi, e le loro milizie armate, come organizzazione terroristica straniera. Sull’account X il Segretario di Stato Marco Rubio ha pubblicato un tweet in cui lo annunciava, specificando che i Fratelli Musulmani sudanesi, sono addestrati e supportati dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane, dichiarando che sono anche un’organizzazione terrorista globale appositamente designato per le esecuzioni di massa di civili. Infine, Rubio scrive “continueremo a utilizzare tutti gli strumenti disponibili per privare il regime iraniano e le sezioni dei Fratelli Musulmani delle risorse di cui hanno bisogno, necessarie per impegnarsi, praticare o sostenere il terrorismo”.
La designazione della branca sudanese dei Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica sarebbe avvenuta, secondo quanto riportato da Open Source Intel, in seguito a una conversazione telefonica intercorsa l’08 marzo tra l’emiro degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan (MBZ), e il presidente statunitense Donald Trump. MBZ avrebbe inoltre esortato Trump a estendere la stessa designazione al partito yemenita Al Islah, la sezione locale dei Fratelli Musulmani. La decisione degli Stati Uniti è vista come una vittoria per gli Emirati Arabi Uniti, principale sostenitore delle Forze di Supporto Rapido (RSF) in Sudan.
Fra le reazioni a questo provvedimento si sottolinea quella giunta il 10 marzo del Segretario Generale di Kata’ib Hezbollah -milizia irachena facente parte dell’Asse della Resistenza Islamica sostenuta dall’Iran-, Hajj Abu Hussein Al-Hamidawi. L’inclusione dei Fratelli Musulmani nelle cosiddette “liste del terrorismo” dei paesi arabi è per loro motivo di orgoglio e chiara dimostrazione della correttezza dei loro principi e del loro orientamento pratico, ha sostenuto, dichiarando al contempo che “noi in nome della responsabilità religiosa e morale, riteniamo nostro dovere condividere con loro le risorse disponibili” e che “i Fratelli Musulmani sono nostri fratelli e chiediamo ad Allah di concedere loro la forza di perseverare nel loro cammino di resistenza”.
Rubio ha affermato che i Fratelli Musulmani in Sudan sono responsabili della morte di migliaia di civili nel Paese, e che questa sarebbe stata la ragione alla base della designazione. Tuttavia, il massacro perpetrato dalle RSF a El Fasher, la città principale del Darfur settentrionale, nell’autunno del 2025, che ha causato circa 100mila morti, non ha suscitato alcuna reazione da parte del Dipartimento di Stato né sono state imposte sanzioni agli Emirati Arabi Uniti, che supportano le RSF. È evidente quindi che Washington sanziona le milizie legate ai Fratelli Musulmani in Sudan, che combattono al fianco delle Forze Armate sudanesi (SAF) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, ma finora non hanno sanzionato il comandante delle RSF Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemeti. Questa decisione potrebbe rappresentare una battuta d’arresto per Burhan e colpire alcune delle fazioni e milizie islamiste più efficaci che combattono sul campo, allineate con le SAF, nella guerra civile in corso in Sudan, ricordando che il Paese è dilaniato dal conflitto dall’aprile 2023, quando sono scoppiati gli scontri tra le SAF e le RSF, provocando una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, con decine di migliaia di morti e milioni di sfollati.
Il legame con l’Iran potrebbe rivelarsi scomodo per Burhan, soprattutto alla luce delle dichiarazioni dei leader islamisti sudanesi a sostegno di Teheran. Gruppi e movimenti legati ai Fratelli Musulmani continuano a esercitare influenza sulle istituzioni sudanesi controllate dal generale Burhan, in particolare sui servizi di sicurezza e di intelligence e sulla magistratura. Ali Ahmed Karti, Segretario Generale del Movimento Islamico Sudanese ed ex Ministro degli Esteri, è stato una figura influente nelle SAF per diversi anni. Il governo di Khartoum potrebbe incontrare difficoltà nell’attuazione delle misure imposte dagli Stati Uniti, come il congelamento dei conti bancari e la limitazione della libertà di movimento. Sebbene, i primi effetti a seguito delle pressioni statunitensi hanno portato il governo sudanese ad arrestare Enagi Abdullah, un importante leader islamista e comandante di un gruppo paramilitare che combatte al fianco dell’esercito, secondo quanto riporta Agenzia Fides il 16 marzo. Di recente, Abdullah aveva dichiarato l’esplicito sostegno del suo gruppo all’Iran nella sua guerra contro Israele e gli Stati Uniti, ribadendo al contempo il suo appoggio al movimento palestinese Hamas. La mossa del Dipartimento di Stato potrebbe indurre Burhan a un cambio di strategia. Tant’è che, a seguito di quelle dichiarazioni, aveva preso le distanze dal gruppo, aggiungendo che l’esercito non avrebbe permesso a nessun gruppo politico di parlare a suo nome e ha ordinato azioni legali contro chiunque tentasse di rappresentare la posizione ufficiale dell’esercito.
Il governo di Khartoum, attraverso l’Ambasciata del Sudan a Washington, ha ingaggiato il Williams Group, una società di lobbying composta prevalentemente da ex collaboratori del Partito Democratico, con un compenso mensile di 60.000 dollari per fornire “consulenza strategica, pianificazione tattica e assistenza nelle relazioni governative”, secondo un contratto ai sensi del Foreign Agents Registration Act. La priorità assoluta di Burhan è che gli Stati Uniti e altri membri della comunità internazionale designino le RSF come organizzazione terroristica. Tale campagna stava guadagnando terreno a Washington: lo scorso ottobre, il senatore repubblicano Jim Risch, presidente della Commissione per le Relazioni Estere del Senato, ha esortato l’amministrazione Trump a designare le RSF come organizzazione terroristica, affermando che queste avevano “perpetrato il terrore e commesso atrocità indicibili, tra cui il genocidio, contro il popolo sudanese”. Posizione sostenuta, in seno alla commissione, anche dalla sua collega democratica Jeanne Shaheen. La stessa ONU nel rapporto di febbraio, redatto dalla Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti per il Sudan, ritiene che le atrocità commesse dalle RSF a El Fasher e dintorni recano i “segni distintivi del genocidio” almeno in tre atti fondamentali: uccisione di membri di un gruppo etnico protetto; lesioni fisiche e mentali gravi; e infliggendo deliberatamente condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica del gruppo, in tutto o in parte.
Paolo Romano
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