SUDAN. Che cosa sta succedendo a Khartoum?

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Dalle prime ore di sabato 15 aprile, il Sudan è stato teatro di scontri tra le Forze Armate Sudanesi, Saf, e un gruppo paramilitare, le Forze di Supporto Rapido, Rsf, che operava come milizia durante il conflitto del Darfur, ma che è stato recentemente inglobato con l’esercito.

Gli scontri hanno avuto luogo nella capitale del Sudan, Khartoum, e in diverse altre città, e hanno continuato a intensificarsi nel corso delle giornate, anche con l’uso di armi pesanti e di caccia ed elicotteri dell’aviazione.

In una sequenza di dichiarazioni, l’raf ha affermato che il Saf ha attaccato la sua base nel sud di Khartoum e che ha preso il controllo dell’aeroporto della città e del Palazzo Repubblicano, sede della presidenza di Khartoum.

Nel frattempo, il Saf ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che l’raf ha iniziato i combattimenti, avendo attaccato le sue forze nel sud di Khartoum e la residenza di Abdel-Fattah Al-Burhan, il comandante in capo del Saf. Un’altra dichiarazione ha smentito le affermazioni dell’Rsf, descrivendolo come una forza ribelle.

Con l’inasprirsi del conflitto, e con l’aumentare della confusione, il Saf e l’Rsf hanno rilasciato dichiarazioni contrastanti sul controllo di posizioni strategiche chiave come gli aeroporti di Khartoum e Merowe e l’edificio della televisione e della radio a Khartoum.

Allo stato attuale, è praticamente impossibile verificare l’accuratezza di queste affermazioni, così come delle successive, stante la ridda di notizie e smentite che circolano sia sulla sfera social media che in quella dei media tradizionali.

Entrambe le parti, comunque, hanno chiuso la porta a qualsiasi possibilità di compromesso. Il Saf ha dichiarato in un primo comunicato e ribadito poi in successivi che non ci saranno colloqui fino a quando l’Rsf non sarà “decimato e sciolto”, mentre il comandante dell’Rsf, Mohamed Hassan ‘Hamedti’ Dagalo, ha detto ad Al-Jazeera che l’obiettivo dell’Rsf è quello di processare Al-Burhan.

Mentre i combattimenti proseguono in tutto il Sudan, Khartoum, la capitale, è nel caos: interruzioni di corrente, chiusura di strade, aeroporto bombardato e voli cancellati. All’aeroporto sono bloccati diversi voli di linea di compagnie africane e mediorientali, e anche un volo ucraino.

Il sindacato dei medici sudanesi ha inoltre annunciato che gli scontri hanno causato la morte di 100 persone e il ferimento di oltre 1200.

A prendere ancora più delicata la situazione, nel pomeriggio di sabato scorso, Rsf ha condiviso un video che mostra le truppe egiziane, istruttori e militari che erano lì per delle esercitazioni congiunte, che si sono “arrese” all’aeroporto di Merowe.

Il video mostra alcuni uomini in tenuta dell’esercito egiziano seduti a terra che parlano con i membri della Rsf. Altri filmati mostrano uomini delle Rsf accanto a un aereo militare con insegne dell’aviazione egiziana, affermando di averlo sequestrato a Merowe.

Le Forze armate egiziane successivamente hanno rilasciato una dichiarazione nella serata di sabato, esortando a “salvaguardare l’incolumità e la sicurezza delle truppe egiziane che si trovavano in Sudan per condurre un addestramento congiunto con le loro controparti sudanesi”. Egitto e Sudan, va ricordato, hanno firmato un accordo di cooperazione militare. Il trattato di difesa congiunta è stato firmato il 4 marzo 2021 a Khartoum, dai capi di stato maggiore egiziano e sudanese.

Nella giornata di domenica è lo stesso Hamedti a smentire la notizia della resa degli egiziani, definendoli fratelli e ”alleati”. Rsf ha poi espresso la propria disponibilità a cooperare con l’Egitto per il rimpatrio delle truppe in questione.

Tutte le ambasciate a Khartoum hanno esortato i propri concittadini che vivono in Sudan a evitare spostamenti non necessari mentre il conflitto continua ad aggravarsi.

In tutto il mondo, alcuni funzionari hanno rilasciato dichiarazioni che esprimono la loro preoccupazione per la situazione in Sudan.

In una telefonata con il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, Al-Sisi ha espresso profonda preoccupazione per la situazione nel vicino meridionale dell’Egitto, sottolineando il pericolo delle “conseguenze negative del conflitto”. ha esortato le parti in lotta a cessare gli scontri e a dare priorità al linguaggio del dialogo.

Il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha chiesto l’immediata cessazione degli scontri in corso, twittando di essere “profondamente preoccupato” per la situazione. Nel frattempo il Ministero degli Esteri russo ha invitato le parti coinvolte nei combattimenti a prendere “misure urgenti” per porre fine agli scontri.

I ministri degli Esteri degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti hanno tenuto una conferenza telefonica sulla questione e hanno chiesto di fermare l’escalation militare e di tornare a un accordo quadro tra le forze politiche civili e le forze armate in Sudan, riporta l’agenzia di stampa dell’Arabia Saudita.

Ahmed Aboul Gheit, segretario generale della Lega Araba ed ex ministro degli Esteri egiziano, ha condannato le ostilità, in particolare nel mese sacro del Ramadan. Ha inoltre dichiarato la disponibilità del Segretariato della Lega Araba a partecipare al raggiungimento dell’obiettivo della cessazione dei combattimenti, sottolineando la responsabilità delle parti in lotta nel salvaguardare la sicurezza dei civili. Il sottosegretario generale della Lega Araba ha annunciato che l’Egitto e l’Arabia Saudita hanno chiesto una riunione ministeriale della Lega Araba per affrontare la situazione in Sudan.

Anche il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Azali Assoumani, ha chiesto la cessazione delle ostilità, invitando l’Rsf e il Saf a impegnarsi in colloqui per raggiungere questo obiettivo. Ha inoltre chiesto che la comunità internazionale faccia pressione sulle parti in lotta per ottenere un’attenuazione delle ostilità e un negoziato.

Le tensioni tra l’RSF e le SAF sono in aumento da mesi, ma le loro radici risalgono ai tempi dell’ex presidente sudanese Omar Al-Bashir, spodestato nel 2019. Sotto il governo di Al-Bashir, l’Rsf è stato costituito nel 2003 da una serie di milizie, le janjāwīd che hanno giocato un ruolo nel conflitto che ha imperversato nella regione sudanese del Darfur per decenni. In seguito, nel 2017, Bashir ha posto l’Rsf sotto l’autorità del Saf, pur mantenendo la sua autonomia e la sua struttura di comando separata.

L’insorgere delle attuali tensioni può essere ricondotto a un accordo sostenuto a livello internazionale, proposto alla fine dello scorso anno, per riportare il Sudan sulla strada della transizione democratica e del ritorno al governo civile. L’accordo è stato mediato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Nazioni Unite e Stati Uniti.

Una condizione fondamentale per l’entrata in vigore dell’accordo è la fusione dell’Rsf con le forze armate ufficiali del Sudan, condizione a cui l’Rsf si è opposto.

La questione ha anche dei risvolti internazionali che si vanno ad innestare nel confronto tra Mosca da un lato e Washington dall’altro.

Nel novembre 2020, si ebbe la notizia dell’accordo fra Khartoum e Mosca per la costruzione di una base navale in Sudan, a Port Sudan per la precisione. Base logistica navale per la riparazione e il rifornimento di navi da guerra, secondo un documento pubblicato l’11 novembre di quell’anno sul sito web del governo russo.

All’epoca, Tass e Interfax, riportavano che la base navale in Sudan avrebbe espanso l’influenza russa nell’Africa nord-orientale lungo le rotte marittime vitali del Mar Rosso e dello stretto di Bab el-Mandeb. L’accordo prevede la presenza massima di 300 equipaggi e quattro navi, comprese le navi con sistemi di propulsione nucleare.

La Russia, già presente in modalità operativa nel paese con il gruppo Wagner, ha interessi economici e geopolitici in Sudan, un Paese ricco di petrolio e altri minerali. Il Sudan è anche uno dei principali importatori di armi russe in Africa. 

La crisi economica del Sudan si è aggravata sempre più dopo la cacciata nel 2019 di Omar al-Bashir con un colpo di stato che aveva lasciato il Paese nelle mani di un governo di transizione civile e militare fino ad un secondo golpe con cui i militari hanno preso il controllo del paese.

La presenza russa, militare e politica, nel paese è sempre stata un problema per gli States vista la contemporanea presenza cinese in Africa e la serie id accordi economici e e strategici che legavano la regione a Mosca e Pechino. I summit Russia Africa, poi hanno cementato e consolidato la percezione del rischio da parte Usa e neanche sia la firma degli Accordi di Abramo che la precedente spunta del Sudan dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo era riuscita a temperare la percezione del rischio sino-russo nel paese.

A tutto ciò va poi aggiunta la questione della Gerd, cioè la Diga Grande Rinascimento sul fiume Nilo, voluta dall’Etiopia che, dopo diversi giri di consultazioni resta ancora irrisolta e che provoca alta tensione tra i diversi attori come Sudan, Egitto ed Etiopia.

Antonio Albanese

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