SUDAN. Asse africano vicino alle RSF

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Alla State House di Entebbe, l’abitazione ufficiale del Presidente dell’Uganda, il 20 febbraio Yoweri Kaguta Museveni ha accolto Mohamed Hamdan Dagalo -noto come Hemedti-, capo delle Forze di Supporto Rapido (RSF), che lo ha informato sulla situazione attuale in Sudan. Museveni ha sottolineato che il dialogo e una soluzione politica pacifica sono le uniche vie sostenibili per la stabilità del Sudan e della regione. 

Questo incontro non è passato inosservato, tant’è che in seguito il Ministero degli Esteri sudanese ha condannato con la massima fermezza il ricevimento organizzato dal governo ugandese a Kampala e i colloqui del Presidente ugandese con il leader, considerato da Khartoum ribelle, delle RSF. Il documento sottolinea che questo passo è “senza precedenti” e “un insulto all’umanità in generale e al popolo sudanese in particolare”. 

La dichiarazione ha aggiunto che “questo incontro dimostra anche disprezzo per la vita di civili innocenti che sono morti in questa guerra a causa delle azioni del leader Hemedti e del suo gruppo terroristico fin dall’inizio del conflitto”. Il governo del Sudan sottolinea ancora che i crimini commessi dalle RSF sono stati documentati e condannati da organizzazioni regionali di cui l’Uganda è membro, tra cui l’Unione Africana e l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo. Infine, l’esecutivo sudanese pur riconoscendo il diritto sovrano dell’Uganda di accogliere qualsiasi persona sul suo territorio e di intrattenere relazioni bilaterali basate sui propri interessi, allo stesso tempo Khartoum ha espresso la speranza che l’Uganda “si astenga dall’associarsi a questo criminale” e non permetta che il suo territorio venga utilizzato per continuare il “genocidio”.

Considerando i risvolti internazionali della guerra in Sudan e il supporto ad una o all’atra parte nel conflitto, il ricercatore keniota, Rashid Abdi sostiene che Kenya, Etiopia e Uganda sembrano ampiamente allineati. I tre stati dell’Africa orientale appaiono ora inclini a considerare le Forze Armate Sudanesi (SAF) come una minaccia regionale, poiché sono dominate dagli islamisti e probabilmente destinate a ripristinare il potere islamista, preferendo un governo laico guidato da civili in Sudan. Mantenere un certo livello di supporto diplomatico e politico alle RSF non significa necessariamente sostenere il “Sudan laico”, ma è visto come un mezzo per contenere le SAF. 

Allora l’ultimo tour del Generale Hemedti in Africa orientale, come abbiamo visto con tappa proprio in Uganda, deve essere compreso in questo più ampio contesto regionale. Proprio da lì il leader dei paramilitari RSF ha affermato che in effetti hanno assunto militari colombiani come tecnici per gestire i droni, una decina sostiene, ma di certo non cambierebbero le radici di questa guerra, precisa. Inoltre, Dagalo ha accusato l’Arabia Saudita di minare l’Accordo di Gedda -in cui entrambe le parti, RSF e SAF, si impegnano a intervenire in protezione della popolazione civile, tra le altre cose creando corridoi umanitari per far entrare soccorsi e aiuti e permettendo a chi vuole di lasciare le zone dove si stanno svolgendo gli scontri armati-, imboccando così la strada sbagliata della storia. In questo contesto, il Generale Dagalo invita i paesi africani, non quelli arabi, a fungere da mediatori tra RSF e la giunta sudanese, guidata da Abdel Fattah al Burhan.

Dall’Etiopia, invece, giungono notizia che il Paese ospiterebbe un campo segreto, secondo quanto riportato da Reuters, con immagini satellitari a riprova, per addestrare i combattenti delle RSF. Questo sito è una nuova ed ulteriore prova di come la guerra civile sudanese si stia espandendo in tutta la regione. Fonti hanno affermato che gli Emirati Arabi Uniti ne hanno finanziato la costruzione e fornito addestratori militari e supporto logistico. Il complesso si trova nella remota regione occidentale etiope di Benishangul-Gumuz, vicino al confine con il Sudan, e nelle vicinanze vi è anche l’aeroporto di Asosa, dove erano già stati avviati lavori infrastrutturali che sarebbero finalizzati a trasformare il luogo in un centro per droni.

Figura chiave delle RSF il fratello minore di Hemedti, Algoney Hamdan Dagalo Musa, che guida l’approvvigionamento di armi per il gruppo, secondo l’elenco aggiornato delle sanzioni statunitensi, ed ora utilizza anche un passaporto keniota e un documento d’identità emiratino. Questo può essere compreso poiché è noto che il governo del Kenya è vicino agli Emirati Arabi Uniti, il principale sponsor delle RSF. La precedente descrizione includeva solo un passaporto aggiuntivo del Sudan. Già nell’ottobre del 2024 l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti aveva sanzionato l’imprenditore con sede a Dubai per “aver guidato gli sforzi per la fornitura di armi per continuare la guerra in Sudan”.

Sul versante opposto, il capo dell’esercito ha delineato una strategia per far progredire la ricerca in aviazione, droni, armamenti mobili e sistemi di difesa, dando priorità a un “esercito intelligente” basato sulla tecnologia, reclutando al contempo giovani ingegneri e tecnici per rafforzare le capacità militari, ha affermato il Consiglio di Sovranità Transitoria. Al-Burhan ha insistito nel combattere la milizia RSF fino alla sconfitta della ribellione, ma ha anche offerto la riconciliazione a quelli che hanno preso le armi a causa di istigazione o disinformazione e ha avvertito i politici che la continua ostilità porterà a rendere conto delle proprie azioni.

Andando ad osservare la situazione sul campo operativo, negli ultimi giorni l’Esercito Nazionale Libico e l’Esercito Ciadiano hanno iniziato a condurre pattugliamenti coordinati per bloccare le vie di rifornimento logistiche delle RSF. Questo passo significativo con le operazioni di frontiera coordinate arriva dopo un recente incontro a Bengasi, tra una delegazione dell’intelligence egiziana e Khalifa Haftar. Le implicazioni strategiche chiave sono molteplici a cominciare dalla chiusura e monitoraggio delle rotte di rifornimento, che vanno dalla Libia meridionale verso il Darfur attraverso il territorio ciadiano; l’impatto sul flusso di rifornimenti; lo schieramento simultaneo di truppe, con le forze provenienti sia dalla Libia che dal Ciad che si muoveranno in modo sincronizzato lungo la linea di confine per eliminare le lacune operative e prevenire le infiltrazioni. Nel complesso, quindi, l’attivazione del coordinamento libico-ciadiano in questo snodo strategico tri-frontaliero dovrebbe segnala un rafforzamento della sicurezza regionale volta a interrompere i corridoi logistici transfrontalieri collegati ai gruppi armati che operano nella zona di conflitto sudanese. Infatti, attraverso il Ciad, gli Emirati Arabi Uniti inviano la maggior parte delle loro armi e munizioni alle RSF utilizzando l’aeroporto di Amdjarass, 105 km a nord di al Tina.

Punto chiave è proprio la città di confine al Tina, divisa tra Sudan e Ciad. Durante gli scontri del 21 febbraio la milizia RSF ha lanciato un attacco nella zona ed è penetrata in entrambi i lati della città, causando la morte di almeno cinque soldati ciadiani, secondo fonti di Al Jazeera, oltre ai civili, ma in seguito è stata cacciata dalla città ciadiana, mentre le forze sudanesi la inseguivano all’interno del territorio sudanese, infliggendo gravi perdite e catturandone il comandante. 

Successivamente, le RSF hanno conquistato nuovamente il valico di frontiera di al Tina, sottraendolo alle SAF e così si ridurranno i tempi di percorrenza dei convogli di rifornimenti tra il Ciad e le RSF. A causa delle incursioni transfrontaliere dei ribelli, nonché all’intensificarsi dei combattimenti tra l’esercito sudanese e le RSF nel Darfur settentrionale e occidentale, il Ciad chiude il confine con il Sudan, ha afferma il governo. La decisione mira a prevenire l’estensione del conflitto, proteggere cittadini e rifugiati e preservare la stabilità e l’integrità territoriale del Ciad, ha proseguito la nota.

Paolo Romano

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