STATO ISLAMICO. Daesh ricorda che non lascerà nessuno dei suoi nelle carceri dei nemici

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Lo Stato Islamico è tutt’altro che morto; dimostra una vitalità diversa da prima ma sempre letale e globale. Una delle promesse nonché indicazioni del defunto Califfo dello Stato Islamico Abu Bakr Al Baghdadi può essere sintetizzato con l’espressione “No one will be left behind”, cioè “Noi non lasceremo nessuno indietro”, intendendo per “indietro” in carcere. L’allora Califfo Daesh si riferiva alla campagna di liberazione – riscatto dei combattenti incarcerati nelle carceri dei kuffar, cioè degli infedeli, i crociati occidentali (anche se si tratta di musulmani afgani, ad esempio). Gli esempi di attacchi alle carceri o di rivolte interne, logisticamente ben congegnati è lungo e l’ultimo esempio è il grande attacco che lo Stato Islamico ha effettuato contro la prigione di Jalalabad, Afghanistan, con sul quale ha liberato centinaia di mujahedin che a breve torneranno sui diversi fronti di combattimento.

Il settimanale di Isis, Al Naba (Le Notizie) è la più longeva pubblicazione di ISIS, nel momento in cui scriviamo è arrivato al numero 246, in ogni numero pubblica un editoriale, in arabo come tutto il periodico, che poi viene tradotto nelle diverse lingue del Califfato, cioè nelle diverse lingue in cui è presente Daesh; l’ultimo numero è interessante e di attualità perché riguarda proprio la questione della liberazione dei prigionieri di Isis dalle carceri in cui vengono rinchiusi, considerati da Daesh come uno strumento di ricatto verso i musulmani da parte dell’Occidente. I mujahedin devono quindi spezzare le prigioni e liberare tutti.

«Per grazia di Allah, i soldati del Califfato sono riusciti a distruggere nel Nangarhar la prigione nella città di Jalalabad, nel Khurasan Wilayah (Afghanistan, ndr), e salvare centinaia di prigionieri, dopo aver distrutto i nemici di Allah in un grande attacco che i mujahidin avevano preparato per molto tempo e in cui avevano impiegato un sacco di materiale e risorse umane (…) Lo Stato islamico continua a porre la questione dei prigionieri maschi e femmine nelle prigioni di Kuffar e Murtaddin (infedeli e apostati, ndr) in cima alla lista delle sue priorità.

I suoi leader stanno ancora istruendo i fratelli a dare priorità a questo problema e di non risparmiare nulla per liberare i prigionieri musulmani, con la forza o con il riscatto (…) Lo Stato Islamico sta ancora effettuando raid, per i quale si stanno mobilitando eserciti, per attaccare le prigioni e salvare i deboli musulmani, fin dal primo nella prigione di Abu Gharib guidata dallo sceicco Abu Anas ash-Shami fino al recente, ma non ultimo, attacco nella prigione di Nangarhar a Khurasan».

An Naba quindi ricorda ai suoi lettori che ovunque sono presenti, irrompono nelle carceri e liberano i musulmani prigionieri. Ma non solo: Daesh ricorda, minacciosamente, a tutti, che esistono anche altri mezzi: «Un altro mezzo per liberare i musulmani o sollevarli è l’azione dei mujahiidn dello Stato islamico che uccide e terrorizza guardie carcerarie e investigatori, per impedire loro di contribuire a dure sentenze sui musulmani (…) Per quanto riguarda il riscatto, è uno dei più grandi modi attuati dai mujahidin dello Stato islamico.

Essi pagano per far uscire i musulmani dalle prigioni, per ridurre gli anni di reclusione, per alleviare il loro dolore e cambiare i loro luoghi di detenzione in carceri che sono meno pericolose per la loro vita o meno dannose per se stesse, o per pagare i carcerieri e il personale del carcere per fornire i vari servizi di cui i musulmani hanno bisogno. Allo stesso modo, gli scambi di prigionieri sono fatti per le stesse ragioni. I mujahidin hanno sempre salvato i loro prigionieri».

L’editoriale ricorda, infine, a tutti i fedeli che comunque Daesh si prenderà comunque cura di loro e delle loro famiglie.

Antonio Albanese e Graziella Giangiulio