SOMALIA. Donne, clan e jihad

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La condizione delle donne in Somalia si colloca all’incrocio tra collasso statuale, violenza armata e ordine sociale clanico, configurando un sistema di esclusione che, a differenza della repressione verticale eritrea o della violenza di guerra sperimentata dalle donne tigrine in Etiopia, non deriva da un centro di potere unitario ma da una pluralità di attori che esercitano controllo in modo diffuso e spesso informale. 

In assenza di uno Stato pienamente funzionante, i diritti delle donne somale restano subordinati al diritto consuetudinario dei clan, che privilegia la coesione comunitaria rispetto alla tutela individuale e riduce le violenze di genere a questioni risarcibili tra famiglie, escludendo sistematicamente giustizia e protezione per le vittime. In questo contesto, le donne diventano strumenti di regolazione sociale e simboli dell’onore clanico, con margini di autonomia estremamente limitati, soprattutto nelle aree rurali e nei territori fuori dal controllo del governo federale. 

Al-Shabab sfrutta questa struttura storica per rafforzare il proprio dominio, imponendo una lettura rigidamente patriarcale dell’Islam che disciplina i corpi femminili attraverso matrimoni forzati, punizioni pubbliche e restrizioni alla mobilità, trasformando la violenza di genere in un meccanismo di controllo territoriale. In molte aree rurali, il gruppo offre una forma di ordine alternativo allo Stato, basato su tribunali islamici ma profondamente discriminatori, in cui le donne sono private di diritti fondamentali e rese invisibili nello spazio pubblico, mentre qualsiasi forma di attivismo femminile viene repressa come deviazione morale o collaborazione con l’Occidente. 

La strategia di al-Shabab si inserisce in una logica jihadista transnazionale che sfrutta la marginalizzazione economica e la frammentazione clanica, colpendo deliberatamente figure femminili simbolo di emancipazione, come giornaliste, operatrici umanitarie e politiche locali, per minare la costruzione di una sfera civica alternativa. 

Le operazioni militari contro l’organizzazione, sebbene abbiano ridotto la sua capacità di controllo diretto in alcune aree urbane, producono spesso effetti collaterali che ricadono sulle donne, tra sfollamenti interni, perdita di mezzi di sussistenza e maggiore esposizione alla tratta e allo sfruttamento. In questo contesto, al-Shabab continua a influenzare anche le dinamiche migratorie, spingendo donne e ragazze a fuggire non solo dalla guerra, ma da un sistema di oppressione quotidiana ideologica. 

L’incapacità dello Stato somalo di offrire sicurezza e giustizia credibili rafforza indirettamente il potere del gruppo jihadista, rendendo la resilienza femminile una forma silenziosa ma strutturalmente insufficiente a scardinare un equilibrio fondato sulla violenza. A differenza dell’Eritrea, dove la militarizzazione dello Stato ingloba anche le donne in una logica repressiva centralizzata, in Somalia la violenza è frammentata ma costante, esercitata da milizie, clan, gruppi jihadisti e talvolta dalle stesse forze di sicurezza. 

La pratica diffusa delle mutilazioni genitali femminili, formalmente condannata ma raramente perseguitata, rappresenta uno degli esempi più evidenti del divario tra impegni normativi e realtà sociale, evidenziando il fallimento delle istituzioni centrali nel trasformare norme culturali profondamente radicate, un fallimento che richiama, per certi aspetti, l’incapacità etiope di garantire giustizia alle donne vittime di stupri di guerra nel Tigray nonostante il ritorno a una parvenza di ordine statale. 

Nei campi per sfollati interni, che costellano Mogadiscio e le principali città, le donne somale affrontano una doppia vulnerabilità. Da un lato la dipendenza dagli aiuti umanitari, dall’altro l’esposizione a violenze sessuali, sfruttamento e matrimoni precoci come strategie di sopravvivenza economica, in un quadro che ricorda le vie di fuga delle donne eritree ma senza la dimensione transnazionale immediata della migrazione forzata. 

Le missioni internazionali di sicurezza e l’approccio prevalentemente securitario della comunità internazionale hanno contribuito a contenere alcune minacce armate, ma hanno avuto un impatto limitato sulla protezione delle donne, spesso relegate a beneficiarie passive di programmi umanitari piuttosto che riconosciute come attori politici e sociali fondamentali per la stabilizzazione. Eppure, proprio nelle reti informali di mediazione, nell’economia di sussistenza e nella gestione delle comunità locali, le donne somale svolgono un ruolo invisibile, mantenendo un tessuto sociale minimo in un contesto di frammentazione cronica. La loro condizione dimostra come nel Corno d’Africa la negazione dei diritti femminili assuma forme diverse ma strutturalmente connesse: repressione autoritaria in Eritrea, violenza di guerra e impunità in Etiopia, collasso istituzionale e pluralità di violenze in Somalia. 

Domenica Beatrice Penali

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