SIRIA. Riemerge la questione dei mercenari siriani in Libia; sullo sfondo la riapertura dell’ambasciata siriana a Tripoli

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La questione dei mercenari siriani in Libia è tornata alla ribalta dopo la diffusione di video che mostravano combattenti siriani protestare davanti all’Accademia degli ufficiali di polizia nel quartiere di Salah al-Din nella capitale libica Tripoli, a quanto pare per chiedere il pagamento di stipendi arretrati. Contestualmente, l’episodio ha suscitato anche manifestazioni dei libici contro la naturalizzazione dei cittadini stranieri in Libia. Nonostante siano trascorsi quasi due anni dalla caduta del regime di Bashar al Assad, numerosi siriani reclutati come mercenari in Libia si trovano ancora nel Paese, alle prese con una crisi continua relativa al mancato pagamento dei loro compensi. Ciò solleva interrogativi sulla responsabilità delle autorità siriane competenti nel monitorare la loro situazione e nell’affrontare i casi di combattenti reclutati e inviati sui campi di battaglia all’estero.

A quasi sei anni dall’accordo di cessate il fuoco nazionale in Libia, che prevedeva l’allontanamento dei combattenti e dei mercenari stranieri, i combattenti siriani rimangono nella capitale Tripoli e in altre zone della Libia occidentale, a testimonianza delle continue difficoltà legate agli accordi di sicurezza e all’unificazione delle istituzioni militari del Paese. Il loro ritiro non è stato completato nonostante gli accordi che ne prevedevano l’allontanamento, mentre diversi combattenti sono rimasti nei campi e nelle basi militari o sono stati impiegati dalle milizie locali. Secondo al ricostruzione del quotidiano Asharq Al-Awsat, i combattenti siriani venivano pagati circa 1.500 dollari all’inizio della guerra, mentre nel 2024 il compenso sarebbe sceso a circa 500 dollari.

La presenza dei combattenti siriani in Libia risale al conflitto del 2019-2020, quando la Turchia reclutò e trasferì dalla Siria migliaia di combattenti appartenenti a formazioni dell’opposizione siriana – i gruppi filoturchi del SNA – per sostenere il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al-Sarraj, impegnato nel conflitto contro le forze del generale Khalifa Haftar. Secondo le notizie risalenti a quel periodo, almeno 2.000 combattenti siriani erano stati reclutati da Ankara con contratti che prevedevano compensi di circa 2.000 dollari al mese; altri rapporti indicavano inoltre il trasferimento dei combattenti attraverso la Turchia verso la Libia. Il coinvolgimento turco si inseriva nell’intervento militare di Ankara a sostegno del governo di Tripoli e contribuì a modificare gli equilibri sul campo a favore delle forze filo-GNA. Contestualmente, anche la Russia favorì il trasferimento di combattenti siriani in Libia a sostegno delle forze di Khalifa Haftar, il fronte opposto. Il reclutamento sarebbe avvenuto con il coinvolgimento di funzionari dell’intelligence siriana e della società militare privata Wagner, che cercarono di coinvolgere ex combattenti dell’opposizione siriana. La permanenza dei combattenti siriani si è successivamente inserita nel più ampio quadro della frammentazione del sistema di sicurezza libico, caratterizzato dalla presenza di gruppi armati e dall’assenza di istituzioni militari e di sicurezza pienamente unificate. La loro permanenza e le recenti controversie sul mancato pagamento degli stipendi sollevano quindi interrogativi sugli accordi che ne regolano ancora oggi la presenza, sul loro finanziamento e sulle responsabilità degli attori coinvolti nel loro reclutamento e trasferimento.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha ottenuto un video che mostra un gruppo di combattenti siriani riuniti davanti all’Accademia degli ufficiali di polizia nella zona di Salah al Din Road, a sud di Tripoli. I manifestanti scandivano slogan per chiedere il pagamento degli stipendi arretrati, mentre le forze di sicurezza libiche circondavano il gruppo. La manifestazione era indirizzata al Ministero della Difesa del GNU di Dabaiba e da Abdul Salam al Zubi, capo della 111° Brigata, per chiedere appunto che i loro compensi venissero pagati. Secondo le informazioni raccolte dall’Osservatorio, i manifestanti appartengono a gruppi di mercenari siriani reclutati e trasportati in Libia negli ultimi anni per partecipare al conflitto libico, nell’ambito di un più ampio programma di reclutamento e trasferimento di combattenti siriani all’estero. I rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato la continua presenza di combattenti siriani in diverse località di Tripoli, tra cui i campi di Tekbali e Salah Al-Din, Abu Salim e la base di Yarmouk, nonché a Misurata. È stato inoltre segnalato che combattenti siriani hanno partecipato a scontri armati a Tripoli nel maggio 2025.

Parallelamente alla questione dei combattenti siriani, i rapporti tra Siria e Libia hanno recentemente avviato una nuova fase di riattivazione diplomatica e di cooperazione. La visita del ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani a Tripoli, il 30 agosto, ha portato alla riapertura dell’Ambasciata siriana, chiusa da oltre 14 anni, e alla firma di un accordo volto a riattivare il Comitato Superiore Congiunto tra i due Paesi. Damasco e Tripoli hanno inoltre concordato di rafforzare la cooperazione nei settori economico, energetico, dei trasporti e della sicurezza, compreso il contrasto all’immigrazione clandestina, al traffico di droga e alle organizzazioni terroristiche. Tra le misure concordate, figura anche l’attivazione delle rotte di trasporto marittimo e aereo. Per la parte libica, l’accordo è stato firmato da Taher Al-Baour, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ad interim, alla presenza del Primo Ministro del Governo di Unità Nazionale (GNU), Abdul Hamid Dabaiba. 

La riapertura dell’ambasciata consentirà inoltre alle autorità siriane di fornire servizi consolari e di occuparsi della situazione della comunità siriana presente in Libia, divenuta particolarmente numerosa durante la guerra civile in Siria. In questo quadro, la ripresa dei rapporti istituzionali tra i due Paesi potrebbe assumere rilevanza anche per la gestione della questione dei combattenti siriani ancora presenti in Libia, sebbene la loro situazione rimanga legata agli accordi di sicurezza e alle dinamiche dei gruppi armati che ne hanno sostenuto la presenza nel Paese. Il tentativo della Siria di ristabilire i rapporti con la Libia e riaprire la propria ambasciata risponde soprattutto all’obiettivo di Damasco di rientrare nella comunità internazionale e di rafforzare i rapporti con il proprio vicinato arabo. Contestualmente, la comunità siriana in Libia è numerosa e comprende professionisti – ingegneri, insegnanti e medici – con una presenza cresciuta durante la guerra in Siria. Sul piano economico, secondo diversi analisti, non risultano invece investimenti o depositi siriani in Libia. I principali dossier riguardano dunque i diritti dei lavoratori siriani presenti nel Paese. 

Cristina Uccello

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