Guerre di mafia in Siria

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SIRIA – Damasco 21/09/2013. Gli scontri e le tensioni interne al fronte ribelle siriano a leggerle bene sono molto simili a quelle che tristemente conosciamo a fondo nel nostro paese: le guerre di mafia. I greuppi di opposizione si fanno la guerra l’un col l’altro e fanno la guerra taglieggiando la popolazione civile.

Il governo siriano ha detto che la guerra civile nel paese è arrivata ad un punto morto, e farà richiesta di un cessate il fuoco nei colloqui di pace a Ginevra. A dirlo è il vice-premier del governo Qadri Jamil al Guardian il 20 settembre.«Né l’opposizione armata, né le forze regolari sono in grado di sconfiggere l’altro», ha detto Jamil che ha sintetizzato così le proposte del suo governo a Ginevra 2: «Cessate il fuoco e l’inizio di un processo politico pacifico, in modo che il popolo siriano possa esprimersi senza alcun intervento esterno e con mezzi democratici». La dichiarazione del rappresentante del governo siriano viene però in paese contraddetta dalle dichiarazione del primo vice direttore del Servizio federale di sicurezza russo, Fsb, Sergei Smirnov, secondo cui in Siria, come mercenari si battono 300-400 russi, e quindi ha fatto notare che il reclutamento di mercenari esiste realmente così come quello di un ritorno dei reduci jihadisti nei paesi di origine, fenomeno già registrato con il ritorno dei mujaheddin afgani nei paesi d’origine a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, soprattuto nei Balcani. Il ruolo degli afgani nella guerra civile che sconvolse la ex Jugoslavia è storia. Vale la pena notare, inoltre, che, nel suo articolo pubblicato il 12 settembre sul New York Times, il presidente russo Vladimir Putin, aveva osservato che alla «guerra in Siria partecipano non solo i mercenari provenienti dai paesi arabi, ma anche centinaia di militanti di un certo numero di paesi occidentali e anche della Russia (…) Chi può garantire che questi delinquenti, acquisita esperienza, non ricompariranno nei nostri paesi, come è avvenuto in Mali dopo gli eventi libici. Questa è una vera e propria minaccia per tutti noi». 

Il fronte jihadista siriano, comunque, sembra essere percorso da tendini interne e da veri regolamenti di conti. Di fronte alla possibilità di un attacco statunitense, le tensioni tra gruppi di diversa “fede” o “appartenenza” sono scoppiati nel nord e nell’est del paese: l’Esercito siriano libero (Fsa) sta combattendo contro lo Stato islamico jihadista in Iraq e Siria (Isis) nella città di Deir Ezzor. Isis ha anche lanciato un’offensiva sulla città settentrionale di Azaz, vicino al confine turco .

Gli scontri seguono un annuncio dell’Isis in cui si dichiara guerra al Fsa (il gruppo è la Farouk Brigate di Aleppo, paese della Fsa); il gruppo jihadista ha detto la sua offensiva era la risposta ad un attacco portato dal Fsa contro la sua sede nella città settentrionale di al- Bab. Isis è un gruppo molto attivo nell’attaccare i suoi antagonisti interni, sembra quasi la cronaca di una guerra di mafia: il gruppo jihadista ha detto di aver rapito nove comandanti dal gruppo Ahrar Souria nella città settentrionale di Raqqa il 12 settembre e anche di aver ucciso un comandante della potente milizia Ahrar al- Sham, dopo che l’uomo aveva condannato il rapimentodi alcuni operatori umanitari malesi da part dei Isis. Attaccando Ahrar al- Sham, Isis sta trasformando un amico in un nemico: il gruppo salafita Ahrar al- Sham era con Isis  ad agosto 2013 negli scontri con Ahfad al-Rasul, gruppo parete del Fsa. Queste faide creata da Isis con i ribelli siriani sembrano avere la benedizione di  al Qaeda: nel suo audiomessaggio più recente Ayman al-Zawahiri ha messo in guardia i suoi seguaci in Siria per evitare qualsiasi cooperazione con i «gruppi laici alleati dell’Occidente». I problemi nel fronte ribelle arrivano comunque dai jihadisti il cui atteggiamento nelle zone “liberate” ha creato non pochi problemi: nelle zone liberate hanno rapito gli attivisti e gli operatori umanitari, hanno terrorizzato i civili, e hanno cercato di attuare una stringente forma di legge islamica, col risultato di alienatele simpatie dei siriani, come nel caso della città di Abu Kamal, vicino al confine iracheno. All’inizio di settembre, sono scoppiati scontri tra Jabhat al- Nusra e Fsa: condizione per il cessate il fuoco, dopo giorni di scontri, fu la pretesa, accettata da al Nusra, che i combattenti stranierei lasciassero l’area degli scontri, la città di Abu Kamal, e che la città fosse sotto controllo Fsa. Nel frattempo, il Fsa ha sbagliato politica, trascurando la popolazione e concentrandosi sul proprio guadagno finanziario, ridando spazio ad al-Nusra. Il leader del Jabhat al- Nusra, Abu Mohammed al-Joulani, ha invitato i suoi seguaci a essere meno intransigenti su questioni religiose non fondamentali, per evitare di inimicarsi le popolazioni locali sul modello iracheno. Ma si è trattato di parole inascoltate: le lotte icm i gruppi del Fsa sono proseguite, membri di al Nusra hanno sparato sui siriani che protestavano fuori della loro sede a Raqqa, hanno ucciso un adolescente ad Aleppo e rapito padre Paolo Dall’Oglio, sostenitore della convivenza religiosa in Siria. Un ginepraio da cui sembra complicato uscire per il bene della popolazione siriana.