SIRIA. Il ruolo geopolitico di Damasco oltre la guerra Israele Hamas

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Mentre si prosegue con la tregua a Gaza, in Siria ed in Iraq si sta assistendo ad una relativa calma per quanto riguarda gli attacchi della Resistenza islamica irachena ai danni delle basi statunitensi. Tuttavia, parallelamente, proprio nei territori siriani dell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria (AANES) la cui forza militare sono le Syrian Democratic Forces (SDF) e dove sono presenti le basi statunitensi colpite nei giorni precedenti, si è avuta un’escalation degli scontri tra SDF e clan arabi lungo le rive dell’Eufrate dalla zona di Deir ez Zor fino a quella più a meridione di Hajin per arrivare anche a macchie di leopardo nelle zone lungo il Khabur.

Le tensioni tra SDF e clan arabi si sono intensificate proprio in questi giorni, sulla scia della conflittualità esplosa alla fine dell’agosto scorso per questioni che solo all’apparenza erano di natura etnica, cioè tra la leadership curda delle SDF e le diverse tribù arabe. Nel nuovo quadro geopolitico creatosi è diventato più evidente come i Guardiani della Rivoluzione iraniani e le milizie filo-iraniane abbiano un ruolo non trascurabile nelle tensioni che sono riprese in questi ultimi giorni. 

Da più parti è stato dato per scontato che il leader della tribù araba al Uqaydat, Ibrahim al Hafel, abbia affidato le proprie forze alle direttive degli consiglierei militari dell’Iran. Le forze delle tribù arabe hanno ripreso gli attacchi alle posizioni delle SDF ed è difficile disgiungere la loro azione da quella di miliziani legati all’Iran. Si può ipotizzare sia che gli assalti delle tribù arabe seguano le direttive delle milizie filo-iraniane sia che le operazioni anti-SDF di entrambe le formazioni siano sinergiche. Facendo parallelismi con gli attacchi dei precedenti giorni ai danni delle basi statunitensi è comunque possibile dire che alcuni siano provenuti anche dagli stessi territori siriani gestiti dalle SDF, e che perciò siano collegati in qualche modo alle conflittualità tra SDF, tribù arabe e forze filo-iraniane e alla pregnanza che quest’ultime hanno anche tra milizie anti-SDF nell’AANES. 

Se si tratti di un rapporto causa-effetto o di una semplice concomitanza che ha dato l’opportunità ad una parte piuttosto che ad un’altra di sfruttare la situazione è difficile da dire, ma la coincidenza dei due eventi ha sicuramente accelerato un caos difficilmente gestibile. Certo è che gruppi strettamente legati alle milizie filo-iraniane (o esse stesse) sono presenti nei territori dell’AANES e, d’altra parte, è stato anche reso noto che gli Stati Uniti hanno costituito una rete di agenti a loro fedeli sui territori della riva destra dell’Eufrate, sotto controllo governativo e dove sono presenti le milizie filo-iraniane. D’altra parte la pausa a Gaza ha avuto effetti diretti e positivi per le forze statunitensi in Siria e in Iraq, non avendo subito nuovi attacchi dalla Resistenza islamica irachena. 

Dichiarazioni del Dipartimento di Difesa statunitense hanno anche reso noto che dopo l’accordo tra Israele e Hamas, gli Stati Uniti non hanno effettuato voli di ricognizione, di sorveglianza e di intelligence su Gaza. Eppure gli Stati Uniti non dovrebbero abbassate la guardia, visto anche quanto riportato dall’indagine in corso dall’inizio di quest’anno da parte di The Intercept, ha messo in luce il furto di armi e attrezzature statunitensi in Siria e In Iraq dal 2020. L’ipotesi che ci siano uomini locali immischiati in queste razzie è altamente possibile e ciò rende le zone con la presenza statunitense sempre più difficilmente gestibili anche dall’interno.

È ancora più interessante se si seguono gli importanti movimenti di milizie legate all’Iran, quali Hezbollah, i cui elementi vengono spostati dalla Siria al Libano. Oltre a questo trasferimento si è notato anche l’afflusso di elementi dall’Iraq, che utilizzano il territorio siriano come paese di transito per giungere nelle zone più coinvolte dal conflitto a Gaza. L’Iraq e la Siria rimangono territori imprescindibili per l’Iran per raggiungere il Libano. D’altra parte anche Israele ha approfittato di questo momento di pausa con Hamas per riprendere i bombardamenti su Damasco. Gli obiettivi israeliani in Siria riguardano essenzialmente tutto ciò che può essere legato alle milizie filo-iraniane, principalmente depositi, siti e attrezzature militari. 

La Siria del presidente siriano, Bashar al Assad, rimane cauta a rispondere alle operazioni israeliane. In questo periodo Israele ha prima risposto ad attacchi diretti contro le alture del Golan e provenienti dai territori siriani, sostanzialmente di matrice filo-iraniana, e poi ha avviato anche azioni di tipo più precauzionale. In effetti in quelle zone si paventa quel movimento di milizie filo-iraniane sopracitato. Ma non solo. Anche l’aeroporto di Damasco è un’infrastruttura altamente sensibile, ed è stato colpito nei più recenti attacchi israeliani, perché è visto da Israele come un mezzo utilissimo per le milizie filo-iraniane per rifornirsi efficacemente degli strumenti militari necessari. Durante l’ultimo attacco all’aeroporto alcune indagini dell’Alma Reserarch and Education Center hanno messo in luce la presenza di un aereo di una compagnia privata iraniana nella pista di atterraggio e di possibili ed eventuali legami con i Guardiani della Rivoluzione. 

Sebbene la presenza di gruppi legati all’Iran in Siria non sia una novità, l’escalation tra Israele e Hamas non ha fatto che rinvigorire e riequilibrare questa postura, oltre che a renderla più evidente. La posizione geopolitica della Siria rende i suoi territori altamente allettanti per i gruppi che si schierano contro Israele e che vogliono servirsi di queste zone per contribuire alle tensioni a Gaza. Ciò è ancor più lampante se si osserva quanto la presenza statunitense nei territori siriani della riva sinistra dell’Eufrate sia scomoda per l’Iran e le milizie affiliate. La Siria inevitabilmente avrà un ruolo non di secondo piano nel disordine che sta travolgendo l’area circostante. 

Marta Felici

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