Siria: guerra per l’acqua

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ITALIA – Roma 27/5/13. E se la guerra in Siria non fosse solo una questione religiosa o politico-sociale? Se ci fosse ben altro sotto? Nuove letture sono possibili? CI sono altri aspetti che vadano al di  là della dicotomia tra sunniti e sciiti? Se l’esplosione di violenza fosse collegata a fattori “naturali” come l’impennata dei tassi di natalità e la diminuzione delle forniture idriche dell’area? 

A lanciare questa chiave di lettura del conflitto siriano è il professore Arnon Sofer, docente presso l’accademia militare israeliana, di cui oggi dirige il Centro di studi strategici, e a capo del gruppo geostrategico Chaikin. 

Per Sofer, la popolazione mediorientale negli ultimi sessant’anni è raddoppiata in maniera geometrica e contemporaneamente le capacità idriche della regione sono costantemente diminuite. Un simile mix era come un vulcano in eruzione, pronto ad esplodere. Si tratta di un’idea non così peregrina, se è stsata ritenuta utile e valida dal Pentagono statunitense. Agli  inizi di ques’anno il Centro di studi strategici israeliano,  ha pubblicato una ricerca condotta in tal senso: la scarsità d’acqua ha svolto un ruolo significativo nell’insorgenza siriana e anche nella primavera araba; può, inoltre, contribuire a rimodellare i legami strategici e gli interessi della regione, così come indebolire i regimi esistenti e allentare i confini tra gli Stati. 

In questa ricerca si attesta che la Siria è per l’85 % un paese deserto o semi-arido. Nella zona sono, storicamente presenti  una serie di corsi d’acqua: l’Eufrate scorre da sud verso est in Iraq; il Tigri da sud a est, passando per un breve tratto lungo l’odierno confine siro-turco prima di entrare in Iraq. A questi due si aggiungono diversi fiumi minori in direzione sud-ovest attraverso il Libano verso il Mediterraneo; la Siria, poi, ha  tra 4 e i 5 miliardi di metri cubi di acqua nelle sue falde acquifere sotterranee.

La Siria storica era un giardino in mezzo al deserto e Damasco era ricca per la sua agricoltura e l’economia collegata. Una situazione durata 5mla anni e interrottasi a metà del Novecento quando  la popolazione siriana è aumentati di sette volte e contemporaneamente la Turchia, afflitta dalla siccità ha praticamente bloccato il flusso d’acqua verso la Siria. 

Non è solo un dato agricolo: le dighe turche hanno quasi bloccato la capacità idroelettrica di Damasco 

La siccità è stata documentata anche dal Gravity Recovery and Climate Experiment (Grace), una coppia di satelliti della Nasa e dal Centro Aerospaziale della Germania.  I dati di Grace suggeriscono che nuovi conflitti legati all’acqua potrebbero

venir fuori a breve. Grace ha misurato l’utilizzo delle acque sotterranee tra il 2003 e il 2009

e ha scoperto che il bacino del Tigri ed dell’Eufrate, che coinvolge Turchia, Siria, Iraq e Iran occidentale, perde acqua più velocemente di qualsiasi altro posto al mondo, eccezion fatta della zona nord dell’India. In sei anni, 117 milioni di metri cubi di acqua dolce  sono svaniti per una diminuzione delle precipitazioni e per inadeguate politiche di gestione dell’acqua. Si tratta di un volume paragonabile a quello del Mar Morto.

Dopo una annosa siccità, tra il 2007 e il 2008, gli agricoltori siriani hanno lascisatoi loro villaggi i n cerca di fortuna in città. Tra il 2007 e il 2008, secondo Sofer, più di 160 villaggi sono stati abbandonati e circa 250mila agricoltori si sono trasferiti a Damasco, ad Aleppo e in altre città.

Le città, Damasco inprimis, non sono state in grado di sostenere la situazione. 

In quegli anni sono stati scavato oltre 25mila pozzi dentro la capitale e nei suoi sobborghi, un dato che ha fatto da un lato scendere il livello idrico e dall’altro salire quello della salinità dell’acqua. A questo dato va aggiunta la presenza di un numero elevato di rifugiati iracheni, di diversa etnia, che ha creato un mix pericoloso. 

La rivolta è infatti scoppiata all’inizio nelle regioni più assetate e con una presenza di rifugiati elevata. 

Il New York Times, il 23 maggio ha abbracciato una simile tesi: le attività qaediste si concentrano nelle zone più secche della Siria.

Ankara, grande player regionale del conflitto siriano, dispone di molta acqua. La Turchia è l’unico paese mediorientale che dispone di fonti idriche. Il controllo di Ankara di Tigri e Eufrate, e di altri fiumi, significa che Iraq e  Siria, a valle, dipendono da Ankara per l’acqua, l’elettricità  e conseguentemente per il cibo. Un enorme vantaggio strategico che favorisce la sua politica neo-ottomana. 

La Turchia si sta contrapponendo, sul lungo periodo, all’Iran nel Levante, in Asia centrale e lungo i crocevia petroliferi del Golfo Persico.
In questo quadro, secondo Sofer, il cambiamento climatico svolge la funzione di catalizzatore, di acceleratore dello scontro.