
Il dibattito regionale sul possibile coinvolgimento della Siria nel conflitto tra Israele e Hezbollah continua a generare intense speculazioni diplomatiche e militari, mentre da Damasco emergono segnali sempre più chiari di una strategia orientata alla non ingerenza negli affari interni libanesi e al consolidamento delle relazioni bilaterali con Beirut. Secondo la posizione ufficiale siriana, qualsiasi eventuale ruolo della Siria dovrebbe essere finalizzato esclusivamente agli interessi del popolo libanese e alla tutela degli interessi comuni arabi. La stabilità e la sicurezza del Libano vengono considerate prioritarie rispetto a qualsiasi obiettivo politico. Diversi analisti sostengono che un intervento militare siriano in Libano rischierebbe di produrre effetti opposti a quelli desiderati. La presenza di truppe siriane potrebbe consentire a Hezbollah di presentarsi nuovamente come forza di resistenza contro un intervento straniero, rafforzandone la legittimità interna e favorendo la mobilitazione di settori della società libanese tradizionalmente diffidenti verso un ritorno dell’influenza siriana nel Paese. Per questo motivo numerosi analisti giudicano più efficace un ruolo siriano limitato al controllo delle frontiere, all’interruzione dei traffici di armi e alla cooperazione di intelligence, piuttosto che un intervento diretto oltre confine.
Già nei mesi precedenti alle dichiarazioni rilasciate da Donald Trump al vertice del G7, il possibile coinvolgimento della Siria in un confronto con Hezbollah era oggetto di valutazione. A marzo diverse fonti avevano segnalato un rafforzamento della presenza militare siriana lungo il confine con il Libano e con l’Iraq. Tanto che Hezbollah e la Resistenza Islamica Irachena avevano avvertito al Sharaa di non intromettersi nel conflitto altrimenti avrebbero causato una guerra su vasta scala che avrebbe incluso anche la Siria. Questo screzio sarebbe derivato da una dichiarazione del Presidente siriano, il quale aveva espresso sostegno agli sforzi delle istituzioni libanesi per rafforzare l’autorità dello Stato sul proprio territorio e aveva denunciato le interferenze di attori esterni negli affari dei Paesi arabi, prendendo per la prima volta distanze pubbliche da eventuali relazioni con l’Iran, che a seguito del rovesciamento del regime di Assad sono state interrotte. Ad ogni modo, questi sviluppi avevano portato diversi osservatori a ipotizzare la possibilità che la Siria potesse assumere un ruolo più attivo nel contenimento dell’influenza di Hezbollah in Libano.
Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump hanno contribuito ad alimentare il dibattito. Durante il vertice del G7, Trump ha affermato che il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha svolto un “lavoro straordinario” nella ricostruzione e nell’unificazione della Siria, minimizzando le preoccupazioni relative ai suoi precedenti legami con al-Qaeda e sostenendo che una figura debole non avrebbe potuto gestire una situazione tanto complessa. Il presidente americano ha dichiarato di aver suggerito a Israele di affidare alla Siria la gestione della questione Hezbollah, sostenendo che Damasco potrebbe affrontare il problema in maniera più efficace e con minori conseguenze umanitarie rispetto alle operazioni militari israeliane. Secondo Trump, al-Sharaa considera Hezbollah un avversario ed è in grado di intraprendere azioni mirate contro l’organizzazione, evitando campagne militari su larga scala. Lo stesso Trump ha tuttavia precisato che qualsiasi passo dovrebbe tenere conto della posizione del Libano. Secondo ulteriori ricostruzioni, il presidente statunitense avrebbe invitato al-Sharaa alla Casa Bianca per discutere diverse questioni regionali, compresa la possibilità di un nuovo fronte contro Hezbollah in cambio di sostegno economico. Alcune fonti hanno inoltre riferito che Washington avrebbe ipotizzato incentivi finanziari fino a 1.500 dollari mensili per ogni combattente siriano impiegato contro Hezbollah. Trump avrebbe chiesto di affidare il compito di attaccare il movimento sciita libanese ai a gruppi uiguri, ceceni e turkmeni, nonché a tutti i combattenti stranieri di ex HTS. Tali informazioni non hanno tuttavia ricevuto conferme ufficiali e rimangono oggetto di controversia.
Le proposte avanzate da Trump hanno generato reazioni contrastanti. Secondo fonti israeliane riportate da Israel Hayom, funzionari della sicurezza avrebbero valutato l’ipotesi di un contributo delle forze fedeli ad al-Sharaa al disarmo di Hezbollah, evidenziando l’efficacia dimostrata contro il gruppo in territorio siriano. Il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe invece espresso contrarietà, sostenendo che il dispiegamento di forze siriane guidate da elementi islamisti sunniti in Libano potrebbe aumentare l’instabilità e complicare gli sforzi diplomatici. Analoghe preoccupazioni sono state riportate da i24NEWS, secondo cui alti funzionari israeliani ritengono inaccettabile la presenza di forze jihadiste in Libano e considerano le dichiarazioni di Trump un segnale della possibile intenzione americana di limitare in futuro la libertà operativa israeliana nella regione.
Secondo fonti provenienti dalla social sfera, la Turchia si opporrebbe a qualsiasi coinvolgimento siriano nel conflitto, ritenendo che una simile iniziativa favorirebbe esclusivamente Israele. Fonti siriane vicine al governo hanno confermato che Ankara avrebbe recentemente consigliato al presidente al-Sharaa di evitare qualsiasi coinvolgimento diretto in un conflitto con Hezbollah sul territorio libanese. La leadership turca ritiene che l’eliminazione completa di Hezbollah comporterebbe un rafforzamento significativo della posizione strategica regionale di Israele, scenario considerato contrario agli interessi geopolitici della Turchia. Questa impostazione si inserisce nella più ampia linea diplomatica perseguita da Ankara, che continua a promuovere la stabilità siriana e l’espansione della cooperazione con il Libano nei settori economico, energetico, della difesa e della sicurezza regionale.
Parallelamente, diversi fonti regionali e internazionali hanno riportato nelle ultime settimane movimenti militari siriani nelle aree di al-Qusayr, a sud di Homs lungo il confine con il Libano, e di al-Bukamal, al confine con l’Iraq, come conferma delle pressioni statunitensi volte a persuadere il presidente siriano ad assumere un ruolo diretto nel contenimento o nell’eliminazione dell’organizzazione sciita libanese.
Secondo fonti di Sham TV, il 12 giugno sarebbe iniziato il trasferimento di unità appartenenti alla 70ª Divisione, guidata da Mukhtar al-Turki, e alla 44ª Divisione dalle aree di al-Kiswah, al-Zabadani e da altre località della campagna di Damasco verso il confine siro-libanese passando attraverso la campagna di Homs. Tali movimenti hanno alimentato speculazioni circa possibili preparativi militari, ma fonti informate hanno interpretato i riferimenti del presidente Trump a un eventuale intervento siriano contro Hezbollah come strumenti di pressione politica e mediatica piuttosto che come opzioni realisticamente perseguibili. Le stesse fonti hanno riferito che Damasco avrebbe già trasmesso, attraverso canali turchi e regionali, messaggi a Hezbollah confermando la propria intenzione di non interferire negli affari libanesi e di superare le pratiche del passato.
La posizione siriana è stata ribadita dal consigliere presidenziale Ahmad Zeidan, secondo cui gli Stati Uniti hanno prospettato a Damasco un possibile ruolo in Libano limitato al sostegno politico e istituzionale dello Stato libanese, escludendo qualsiasi coinvolgimento militare. Pur accusando Hezbollah di continuare a interferire negli affari siriani e di sostenere elementi legati al precedente regime, Zeidan ha confermato che la Siria non intende intervenire militarmente in Libano e sostiene invece il rafforzamento dell’autorità dello Stato libanese. Sulla stessa linea, il portavoce del Ministero dell’Interno Nour al-Din al-Baba ha ribadito che Damasco considera il Libano un partner sovrano e che qualsiasi eventuale ruolo siriano potrà svilupparsi esclusivamente attraverso accordi con Beirut e con il sostegno del mondo arabo, ponendo la stabilità e la sicurezza del Libano al di sopra di ogni altra considerazione politica.
Al-Sharaa stesso ha smentito le voci su un possibile intervento siriano in Libano, ribadendo che l’obiettivo di Damasco è contribuire alla fine del conflitto e non prendervi parte. Il presidente ha inoltre affermato che la delimitazione del confine siro-libanese, questione irrisolta dal 1946 e particolarmente complessa anche per il nodo delle Fattorie di Shebaa, parte della quale resta sotto il controllo israeliano, non rappresenta una priorità immediata rispetto a sfide più urgenti, come la gestione degli oltre 1,4 milioni di sfollati siriani presenti in Libano. Al-Sharaa ha infine sottolineato la necessità di rafforzare le relazioni bilaterali e affrontare le questioni comuni – quali il contrasto al contrabbando di armi e al traffico di droga, promozione dell’integrazione economica tra i due Paesi – attraverso il dialogo e la cooperazione.
Dopo l’incontro di Istanbul tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani e l’inviato statunitense Thomas Barrack, sono emerse indiscrezioni su un possibile invito del presidente Ahmed al-Sharaa a un vertice NATO in Turchia. Sebbene non sia previsto alcun incontro formale con Donald Trump, restano aperte la possibilità di una partecipazione siriana all’evento e di colloqui bilaterali a margine del vertice, incluso un eventuale confronto con il presidente statunitense.
Nel frattempo, il 23 giugno dovrebbero iniziare a Washington nuovi negoziati tra Libano e Israele destinati a proseguire fino al 25 giugno. Secondo quanto riportato dall’emittente israeliana Kan, Washington starebbe intensificando la pressione su Damasco e Tel Aviv affinché riprendano il dialogo diretto interrotto dall’escalation regionale. I negoziati riguardano principalmente l’aggiornamento dell’accordo di disimpegno del 1974, lo status della zona cuscinetto e le misure di sicurezza. Israele continua a insistere sulla creazione di aree demilitarizzate e sul mantenimento del controllo delle Alture del Golan, mentre la Siria chiede il ritiro delle forze israeliane e il pieno rispetto della propria sovranità territoriale.
Sul versante interno il Fronte di Resistenza Islamica in Siria-Uli al-Bas, gruppo militante filo-iraniano emerso in seguito al crollo del regime di Assad, ha diffuso una dura dichiarazione nella quale accusa Stati Uniti, Israele e autorità di Damasco di promuovere una strategia finalizzata a colpire Hezbollah e a trasformare le forze siriane in uno strumento funzionale agli interessi israeliani. Il gruppo ha condannato qualsiasi ipotesi di intervento siriano in Libano e ha invitato i propri sostenitori a prepararsi a contrastare eventuali iniziative militari o accordi di sicurezza che coinvolgano Israele.
Cristina Uccello
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