SIRIA. Dal confronto armato all’accordo: il ritorno dell’autorità di Damasco nelle aree curde

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A seguito della scadenza del termine per l’implementazione dell’accordo del 10 marzo 2025 tra le SDF e il Governo di al Sharaa, che secondo quanto era stato concordato sarebbe dovuta avvenire entro la fine dell’anno, la Siria è stata nuovamente teatro di scontri tra le milizie delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e le forze governative, scoppiati nei quartieri curdi Sheik Maqsud e Ashrafiyah nella città di Aleppo dallo scorso 6 gennaio, per poi estendersi nella campagna orientale del governatorato. 

Accusate da Damasco di bombardare costantemente la città con l’artiglieria, le SDF hanno respinto le accuse, sostenendo che i quartieri curdi fossero sotto assedio da sei mesi e non rappresentassero alcuna minaccia militare. Hanno definito false le notizie sulla loro presunta attività militare ad Aleppo, affermando che tali accuse servirebbero a giustificare il blocco e i bombardamenti sui civili. Nella stessa dichiarazione, le SDF hanno affermato di non avere una presenza militare in città, precisando che la sicurezza è competenza delle forze curde Asayish. Secondo Damasco, tale affermazione solleverebbe le SDF da qualsiasi responsabilità in ambito militare e confermerebbe che la sicurezza di Aleppo spetta esclusivamente allo Stato siriano, il quale ha ribadito il proprio dovere giuridico di proteggere tutti i cittadini, inclusi i curdi. Il governo ha inoltre accusato le SDF di collaborare con il PKK e con cellule dormienti del precedente regime, giustificando così l’offensiva come operazione antiterrorismo.

Se in prima istanza la risposta dell’esercito siriano, si era limitata ad una semplice risposta alle fonti di fuoco delle SDF, con l’intensificarsi del conflitto nei giorni successivi, l’esercito siriano ha annunciato l’8 gennaio i preparativi per una vera e propria offensiva militare contro i curdi, pubblicando mappe e coordinate dei quartieri della città che sarebbero state i luoghi delle operazioni, utilizzati dalle SDF come sito militare da cui bombardare i quartieri e gli abitanti di Aleppo. Sebbene, ufficialmente, queste siano state pubblicate in anticipo affinché i civili potessero lasciare in anticipo le proprie abitazioni, ciò che suscita interesse è come l’annuncio dell’operazione sembri ricalcare la metodologia utilizzata solitamente dalle forze IDF prima dei propri attacchi. Il 9 gennaio, l’Esercito Siriano ha preso il controllo di Ashrafiyah, e l’11 gennaio anche Sheikh Maqsoud è tornato sotto l’autorità statale. Parallelamente, il conflitto si è esteso a Deir Hafer e al distretto di Maskanah, a est di Aleppo. Le SDF sono state accusate di aver rafforzato tali posizioni con mezzi pesanti, mentre l’obiettivo reale di Damasco sembrava essere l’inclusione di queste aree sotto il controllo statale. Sul fronte orientale di Manbij, i gruppi filoturchi dell’SNA hanno avviato attacchi contro le milizie curde nell’area della diga di Tishrin, nel tentativo di estendere il conflitto alla Siria nord-orientale. 

Al 16 gennaio le milizie SDF si sono ritrovate così accerchiate nelle aree occidentali dell’Amministrazione Autonoma (AANES). Le truppe siriane si preparavano a lanciare un’offensiva nelle province di Aleppo, controllate dalle SDF, per aumentare la pressione sui curdi a causa dello stallo dei negoziati. In questo contesto, un convoglio statunitense ha raggiunto Deir Hafer e si è tenuto un incontro tra rappresentanti della Coalizione Internazionale e le SDF per discutere dell’escalation militare. Nella sera del 16 gennaio, il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, ha annunciato su X il ritiro delle forze curde, a partire dal 17 gennaio alle 7:00, dalle linee di contatto a est di Aleppo (Maskanah e Deir Hafer, nonché dalle aree adiacenti) a est dell’Eufrate, su richiesta di Stati Uniti e Francia e come parte dell’attuazione dell’accordo del 10 marzo. Alcune città sulla riva occidentale dell’Eufrate, tra cui Tabqah, Mansoura e Sabha, sarebbero rimaste sotto controllo SDF. 

Tale piano è pero fallito. Nella notte del 17 gennaio, l’esercito siriano ha proseguito l’offensiva sulla riva occidentale dell’Eufrate, riconquistando l’intera zona militare chiusa nel sud della provincia di Raqqah, dove la popolazione locale si è ribellata contro le SDF. Le milizie curde si sono ritirate sulla riva orientale, facendo saltare i ponti. Taqqah è passata così al pieno controllo statale. Contemporaneamente, milizie tribali sono entrate in azione nella provincia di Deir ez Zor, attaccando postazioni e infrastrutture delle SDF, dichiarando fedeltà al governo di al-Sharaa. A esse si sono uniti disertori delle SDF. I gruppi tribali hanno preso il controllo di importanti giacimenti petroliferi e di gas, tra cui Koniko e al Omar. Rivolte sono scoppiate anche ad al-Hassakah e ad al-Shaddadi, dove il Consiglio tribale arabo ha occupato il quartier generale delle SDF. Al 18 gennaio, città come Markadah, Hajin e al-Shuhayl risultavano passate sotto il controllo delle tribù arabe locali. Damasco ha definito questi eventi non come un’offensiva governativa, ma come una ribellione causata dalla cattiva gestione delle SDF. 

Nel pomeriggio del 18 gennaio, le SDF hanno firmato un accordo con il governo siriano per un cessate il fuoco immediato e l’integrazione delle forze arabo-curde nelle strutture statali. L’accordo, composto da 14 punti, prevede il ritiro delle SDF da Raqqah e Deir ez-Zor verso al-Hassakah, dove i curdi otterranno una limitata autonomia sotto la stretta supervisione di Damasco. Diritti analoghi sono riconosciuti a Kobane, Afrin e al quartiere Sheikh Maqsud di Aleppo. L’integrazione nelle forze di sicurezza statali avverrà su base individuale e previa selezione, escludendo l’inquadramento delle SDF come unità autonome, come precedentemente richiesto dalla leadership delle SDF. Allo stesso tempo, la formazione curda nelle aree che hanno ottenuto un’autonomia limitata si è impegnata a non includere i “resti del regime di Assad” o militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Le forze arabo-curde hanno promesso di espellere questi ultimi dalla Siria per garantire la sovranità e la stabilità della regione. L’accordo richiama il Decreto Presidenziale n. 13, emesso il 17 gennaio, che riconosce la lingua curda come lingua nazionale, tutela i diritti culturali ed educativi, concede la cittadinanza ai curdi e riconosce ufficialmente la festività del Nowruz, vietando ogni forma di discriminazione etnica o linguistica e colmando il vuoto presente nella Carta Costituzionale, la cui assenza era stata a lungo lamentata dai politici curdi. 

In conclusione, Damasco ha ripreso il controllo dei valichi di frontiera, dei giacimenti energetici, delle prigioni che ospitano militanti dell’ISIS e dei campi per i loro familiari. Secondo alcune fonti, la sorveglianza dei detenuti jihadisti sarà condivisa con l’esercito statunitense, che ha assunto la gestione dei campi di al-Hawl e Roj. Le SDF hanno di fatto capitolato, abbandonando il progetto di autonomia nella Siria nord-orientale sotto la pressione dei loro alleati, perdendo sia le principali risorse economiche sia il loro ruolo politico di principale forza anti-ISIS. L’accordo risulta quindi pienamente coerente con gli interessi del governo di al-Sharaa, che ha recuperato territorio, risorse e sicurezza senza concedere contropartite significative. In questo contesto, gli Stati Uniti hanno assunto una posizione prevalentemente pragmatica, favorendo la de-escalation e sostenendo il ritiro delle SDF dalle aree occidentali dell’Eufrate, pur senza opporsi apertamente al ripristino dell’autorità di Damasco. Washington ha agito principalmente come mediatore, privilegiando la stabilità sul campo e la sicurezza dei detenuti legati all’ISIS rispetto al mantenimento del progetto di autonomia curda. 

Cristina Uccello e Lorenzo Serafinelli

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