SIRIA. Conseguenze politiche de rientro nella Lega Araba

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Il 7 maggio i paesi della Lega Araba hanno deciso di reintegrare la Siria, rappresentata dal Governo di Bashar al Assad, nella Lega, dopo 12 anni dalla sua esclusione. La Siria potrà partecipare alla riunione della Lega del 19 maggio a Jeddah, grazie all’invito ufficiale dell’Arabia Saudita. Sebbene si tratti di una mossa simbolica, porta con sé importanti implicazioni sia per gli equilibri geopolitici globali sia per i diversi attori interni alla Siria.

Proprio questo secondo punto diventa rilevante per comprendere come le parti che si oppongono a Bashar al Assad saranno toccate da questa decisione. Infatti, il controllo del territorio siriano è scisso tra almeno quattro attori: le forze curde, i ribelli filo-turchi, i ribelli salafiti di Hayat Tahrir al Sham (HTS) (anch’essi legati in qualche modo alla Turchia e al Qatar) e appunto il governo di Bashar al Assad, che subisce anche l’influenza delle milizie filo-iraniane sul territorio.

L’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria, rappresentanti della parte di resistenza curda, ha accolto con favore il ritorno della Siria nella Lega Araba, dal momento che viene percepito come un eventuale mezzo per far avanzare il processo politico di risoluzione della crisi in Siria, attraverso un sostegno attivo dei paesi arabi. Secondo le parole del comandante in capo delle forze democratiche siriane (SDF), ramo militare dell’Amministrazione Autonoma, Mazloum Abdi, sarebbe già stato preparato un piano politico, inviato al governo di Bashar al Assad, con due condizioni imprescindibili: la costituzionalizzazione dell’Amministrazione Autonoma e il progressivo inserimento delle SDF e delle Asayish, le forze di sicurezza interna curde, nell’esercito del governo siriano.

Alcune indiscrezioni, non confermate, riportavano che, proprio qualche tempo fa, Mazloum Abdi, si fosse recato negli Emirati Arabi Uniti per chiedere un ruolo di mediazione di Abu Dhabi con il governo di Bashar al Assad, soprattutto in merito alla questione curda. Gli Emirati Arabi Uniti hanno smentito che tale incontro sia mai avvenuto.

Questa posizione di grande apertura dei curdi verso il governo Assad andrebbe letta anche come un necessario calcolo politico, in risposta ai risultati del parallelo processo di mediazione tra Turchia e governo Assad, patrocinato dalla Russia e supportato dall’Iran. La serie d’incontri quadripartiti tra Siria, Turchia, Russia e Iran sta aprendo a nuove prospettive. Si assiste ad una potenziale grande apertura turca verso il governo Assad (che fino a prima del conflitto siriano vedevano gli Assad e egli Erdogan andare in vacanza insieme). I timori curdi di un allineamento tra Turchia e Governo Assad non sono così infondati. Sicuramente il risultato delle elezioni presidenziali in Turchia potrebbe dare un taglio diverso a questo avvicinamento, ma per ora, come hanno confermato il recente incontro a quattro a Mosca e le parole del ministro degli Affari esteri siriano, Faisal Mekdad, c’è spazio per un dialogo aperto e costruttivo e soprattutto per un’azione congiunta tra governo Assad e Turchia. Anche se la Turchia sia determinata nel voler mantenere le sue truppe in Siria, sono troppi gli effetti della crisi siriana che si riversano tutt’oggi fuori dai confini della Siria, come il flusso di profughi, e che premono per un’interlocuzione produttrice di risultati concreti.

Bashar al Assad e il suo governo sembrano avere le carte a loro favore. Da una parte si ritrovano cinti dalle braccia del mondo arabo e dall’altra, grazie alla Russia e all’Iran, vedono uno spiraglio di luce con la Turchia. E questo, oltre a renderli più forti, li rende anche perno delle dinamiche interne siriane. I curdi temono il riavvicinamento del governo Assad alla Turchia e, quindi, di conseguenza i benefici ai loro acerrimi nemici delle fazioni filo-turche; mentre le milizie filo-turche, poco entusiaste dell’avvicinamento siriano-turco, difficilmente potranno pensare di continuare la rivoluzione siriana senza il sostegno turco.

I ribelli filo-turchi, fin dai primi segni di potenziale riavvicinamento tra Turchia e governo siriano, avevano espresso la loro determinazione a portare avanti la causa della rivoluzione, anche in caso del voltafaccia turco. A seguito, poi, della riammissione della Siria nella Lega Araba, la Coalizione nazionale dell’opposizione siriana, contenitore politico dei ribelli anti-Assad, ha espresso il proprio rifiuto al reintegro, poiché suggellerebbe la continuazione della sofferenza dei civili e delle violenze da essi subite per mano del Governo Assad e delle milizie filo-iraniane, abbandonando così il popolo siriano. Questa posizione è in qualche modo quella anti-normalizzazione e anti-Assad portata avanti anche dagli Stati Uniti e dai paesi europei.

In questi giorni una delegazione della Coalizione nazionale dell’opposizione siriana sta intrattenendo colloqui con rappresentanze europee per discutere di questi recenti sviluppi. Nel frattempo, la popolazione delle aree sotto il controllo dei ribelli filo-turchi protesta contro ogni forma di normalizzazione con il governo Assad. Restare a guardare il potenziale allineamento tra governo Assad e le parti curde, mentre accresce la disponibilità della Turchia verso il Presidente siriano, spinge a trovare nuove soluzioni.

Infine, ci sono i ribelli di Hayat Tahrir al Sham (HTS), che se a parole rigettano l’influenza turca, dall’altro ne sono in qualche modo dipendenti, a causa della locazione geografica dei territori che controllano e ancora non si può trascurare il fattore economico, gli affari si fanno con i turchi. Molti confermano che eventuali decisioni tra Russia, Turchia e Siria di Bashar al Assad dovranno in qualche modo trovare una corrispondenza anche nei desideri di queste fazioni. Ciò sarebbe tanto più vero se si considera che una delle migliori strategie che HTS potrebbe utilizzare è quella dell’apertura del rubinetto del flusso di profughi residenti nei loro territori, molti dei quali jihadisti.

Proprio in questo mese era trapelata la notizia che qualche contatto stava intercorrendo tra HTS e Stati Uniti. Gli Stati Uniti, sostenitori delle forze curde, pagano oggi l’esclusione da ogni processo di intercessione con il governo di Bashar al Assad sia da parte dai paesi arabi, che si muovono in maniera autonoma, che, evidentemente e necessariamente, da parte della Russia.

I prossimi sviluppi renderanno più chiari i nuovi equilibri interni alla Siria. Il reintegro della Siria nella Lega Araba e l’eventuale distensione tra Turchia e Siria sono percorsi, i cui risultati richiedono tempo e fiducia. La nuova conformazione del teatro siriano dipenderà, sì, dalle posizioni degli attori internazionali, ma sarà essa stessa con i suoi consequenziali nuovi assetti a condizionare non poco gli equilibri della regione.

Marta Felici

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