Siria, Bosnia di Obama

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La guerra civile in Siria ha compiuto più di un anno, con un carico di circa 9mila morti nei 13 mesi si scontri fra civili ed esercito. Nonostante gli scontri aumentino, l’Amministrazione Obama non ho offerto che altro che promesse di aiuti non bellici all’opposizione e progetti per portare il Paese verso un nuovo governo legittimo. Se è facile criticare l’immobilismo non è altrettanto detto che gli Usa debbano essere i gendarmi del mondo ed intervenire ovunque. Però, l’inazione statunitense in Siria stride fortemente con l’attivismo politico e militare avuto nel caso libico, proprio un anno fa. 

 

Nell’attaccare Gheddafi, Obama aveva dichiarato «Noi non possiamo restare indifferenti quando un tiranno dice al suo popolo che non ci sarà alcuna pietà (…) quando uomini e donne affrontano la brutalità di un regime che causa la loro morte».

Se non sapessimo che si sta parlando di Libia, potremmo pensare che si stia descrivendo l’attuale situazione siriana. Molti analisti, statunitensi e non, dicono di rivivere drammaticamente una situazione già vissuta con un’altra amministrazione democratica: quella di Bill Clinton e della dissoluzione della Jugoslavia. Quando nel 1992, venti ani fa, la Jugoslavia implodeva dando origine alla terribile fase delle guerre balcaniche di fine secolo, l’Europa occidentale vide un’opportunità per risolvere la crisi dimostrando di esistere, divenne famosa l’espressione: “È l’ora dell’Europa». Washington prese la palla al balzo e si fece da parte: erano questioni europee e la Comunità europea se ne stava interessando. L’allora candidato alla presidenza, Bill Clinton promise, però, che avrebbe armato le milizie musulmane bosniache e che avrebbe colpito dal’aria l’artiglieria serba. Purtroppo ci fu la Somalia e la sua Amministrazione non intervenne per altri 31 mesi, periodo in cui avvenne un genocidio al rallentatore. Solo nel 1995, con una nuova politica assertiva statunitense, la situazione mutò; la guerra a senso unico finì in poco tempo. Nonostante le palesi differenze tra Bosnia e Siria, si va dagli interessi a stelle e strisce nell’area a quelli di sicurezza globale. Intervenire in Siria non è come farlo in Libia, inoltre. Le forza armate siriane sono a ottmi livelli di armamento e di addestramento; la Federazione russa si oppone ad un mandato Onu anche se oggi in maniera meno drastica rispetto a mesi fa) sulla questione siriana e sia Francia che Gran Bretagna non sembrano intenzionate a seguire gli Usa in operazione modello Libia, impegnate come sono a riprendersi dal conflitto precedente. La situazione sul terreno è poi del tutto differente da quella libica: il sistema radar siriano, di tipo russo, Ë del tutto, operativo, imporre una no fly zone sarebbe molto rischioso, e inoltre, non riuscirebbe a bloccare l’attività delle forze di terra. Nonostante le difficoltà resta comunque un’opzione sul tappeto.

La decisione recente di Stati Uniti, Lega araba, Francia e Gran Bretagna di riconoscere ufficialmente il Consiglio nazionale siriano come legittimo rappresentante del popolo del Paese, è un primo passo per evitare il ripetersi del modello Bosnia di venti anni or sono. Gli Usa di Barack Obama non ne sono però stati gli ispiratori, vi si sono accodati: l’iniziativa è stata pensata e preparata a Parigi da un Sarkozy in piena campagna elettorale. Il silenzio di Obama, a detta degli osservatori a stelle e strisce, è stato assordante se paragonato a quanto detto per la LIbia.In quell’occasione Obama usò queste parole: «Quando il popolo bosniaco fu massacrato negli anni Novanta, ci volle un anno all’Europa per intervenire dall’aria, a noi per far cesare del tutto le ostilità bastarono 31 giorni». Le somilgianze tra i casi bosniaco e siriano ci sono tutte.