SERBIA. Vucic vince le elezioni; il suo partito no

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Le elezioni presidenziali in Serbia di domenica 3 aprile hanno riconfermato il Capo dello Stato Aleksandar Vučić per un secondo mandato con ben il 58% delle preferenze al primo turno. Se portasse a termine questo secondo mandato, Vučić diventerebbe il presidente più a lungo in carica nella storia del paese dal dissolvimento dell’ex Jugoslavia.

La vittoria schiacciante del presidente è però stata sfumata dai risultati del Partito progressista serbo (SNS), di cui Vučić è segretario, alle elezioni politiche anticipate che si sono svolte in concomitanza con le presidenziali. Il voto per il rinnovo dell’Assemblea nazionale di Belgrado, infatti, non ha assegnato una maggioranza assoluta al partito che attualmente si ritrova anche alla guida del governo con la Premier Ana Brnabić. La vittoria del Presidente serbo in contrasto con il 42,9% delle preferenze del Partito al governo segna in qualche modo come la crisi in Ucraina e le difficoltà che la Serbia si ritroverà ad affrontare nel periodo immediatamente successivo alle elezioni abbiano spinto i cittadini a convergere per la riconferma di Vučić al potere, al di là dell’orientamento politico del partito di cui fa parte.

Nel 2020 il partito aveva vinto le scorse legislative col 60,5% dei voti, risultato determinato dal boicottaggio delle elezioni da parte di molti partiti di opposizione: la maggioranza relativa dei seggi che nei prossimi giorni verranno assegnati all’SNS di Vučić aprirà subito il problema delle trattative per la formazione della coalizione di governo. Trattative già messe in difficoltà nei mesi prima delle elezioni dal dialogo tra maggioranza e opposizione sulle condizioni per lo svolgimento del voto, e ora rese ancora più complicate dal tema delle sanzioni.

Secondo il quotidiano russo filogovernativo di stampo economico-finanziario Kommersant, Vučić cercherà ora di ritardare la formazione del nuovo governo proprio per evitare di dover affrontare direttamente la questione, in modo da mantenere l’atteggiamento ambiguo nei confronti del conflitto in Ucraina che la Serbia ha assunto all’indomani dell’invasione. La questione rimarrà quindi centrale per comprendere l’indirizzo politico della prossima coalizione governativa in Serbia, proprio perché molti in Occidente, e soprattutto a Bruxelles, credevano che Vučić attendesse la vittoria alle elezioni per poter ufficialmente supportare l’imposizione delle sanzioni contro la Russia. Presumibilmente, la coincidenza delle elezioni in Serbia con il clamore mediatico suscitato in occidente dalle immagini provenienti da Bucha metterà Belgrado ancora più sotto pressione per la questione sanzioni.

Sicuramente Vučić dovrà fare in conti con il Partito socialista serbo (SPS), guidato dall’attuale Presidente dell’Assemblea nazionale Ivica Dačić. Nelle settimane successive all’invasione russa in Ucraina, Dačić è stato la principale figura politica che ha dato voce al sostegno al Cremlino di buona parte dell’elettorato serbo. La presa di posizione netta dell’SPS, in contrasto con le ambiguità di Vučić, permettono ora al partito di consolidare la propria presenza in Parlamento arrivando all’11,5% dei voti. Un aumento non troppo significativo rispetto al 10% su cui solitamente si aggirava il partito di Dačić, ma che ora lo renderebbe il principale interlocutore dei progressisti per la formazione del nuovo esecutivo. Del resto negli scorsi anni e prima del 2020 l’SPS è stato sempre determinante per le trattative politiche di maggioranza. Questo potrebbe rivelarsi decisivo per la posizione del nuovo governo sul conflitto in Ucraina, e sicuramente metterà ancora di più Vučić sotto pressione.

Carlo Comensoli