SERBIA. Accordo tra Vučić e Putin sui prezzi del gas

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«Chi ci accusa di non voler imporre le sanzioni per gli accordi sul gas dovrebbe vergognarsi – ha detto ieri Ana Brnabić – non sosteniamo le sanzioni per principio». Le dichiarazioni della premier serba arrivano dopo la notizia di una telefonata tra il presidente Aleksandar Vučić e Vladimir Putin, in cui appunto i due omologhi hanno concordato il prezzo delle esportazioni di gas russo in Serbia. Un prezzo di favore, visto il mancato sostegno di Belgrado alle politiche sanzionatorie occidentali, nonostante la formale condanna dell’invasione russa in sede Onu.

Stando a quanto riportato dalla Camera di commercio della Serbia, il nuovo accordo fisserebbe il prezzo delle esportazioni di gas intorno ai 340-350 dollari ogni mille metri cubi di gas. Oltre a non essere autosufficiente dal punto di vista energetico, la Serbia ha anche un problema di stoccaggio del gas. Proprio per questo, la settimana scorsa Vučić ha incontrato Viktor Orbán per discutere di cooperazione in campo energetico: tra le altre promesse, il premier ungherese ha garantito alla Serbia la messa a disposizione delle proprie risorse per immagazzinare tra i 300 e i 350 milioni di metri cubi di gas.

La telefonata tra Putin e Vučić è avvenuta in concomitanza con il summit dei leader dei 27 paesi Ue, che ha stabilito che il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia prevederà anche un embargo sul petrolio. L’obiettivo dell’indipendenza dal gas russo è ancora lontano, e l’embargo firmato ieri non riguarderà Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, paesi senza sbocchi sul mare dove l’oleodotto di epoca sovietica Družba (“amicizia”) rappresenta un’infrastruttura essenziale per il rifornimento di petrolio.

A inizio settimana è arrivato anche l’annuncio dello stop da parte di Gazprom dei rifornimenti verso Paesi Bassi e Danimarca, due paesi europei che si sono rifiutati di pagare le forniture in rubli, visto anche che a differenza di altri paesi Ue come Germania e Italia il loro sistema energetico non dipende dalle risorse russe.

A tre mesi dall’invasione in Ucraina, il quadro europeo inizia a riconfigurarsi in merito alla questione dei rifornimenti energetici. Per l’Italia la strada rimane ancora in salita, visto che solo la settimana scorsa un report di Confindustria ha ammesso che, se si bloccassero le importazioni di gas russo, il PIL italiano crollerebbe del 2% tra 2022 e 2023. Lo stesso ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani poche settimane fa ha dichiarato che il Paese non potrebbe raggiungere questo obiettivo prima del secondo semestre del 2024.

Carlo Comensoli