Tripoli e Bengasi al centro degli scontri

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ITALIA – Roma 01/08/2014. A causa degli ultimi scontri nella città di Bengasi, la prima riunione del nuovo Parlamento libico è stata anticipata a domani 2 Agosto e si terrà a Tobruk.

Il nuovo parlamento libico è stato eletto democraticamente il 25 Giugno e risulta composto di 200 seggi, il 50% dei quali conquistato da rappresentanti non islamisti. La sua prima riunione avrebbe dovuto tenersi il 4 Agosto a Bengasi, la città più importante della regione della Cirenaica. La riunione aveva un significato particolare perché, come già dichiarato dall’attuale PM Abdullah al-Thani, sarebbe stato il primo segno della distensione fra l’est e l’ovest della Libia. A causa però dei disordini che hanno avuto luogo nella città fra le milizie di Ansar al-Shari’ah e i seguaci del generale Haftar, la seduta è stata anticipata a domani e si terrà nella città di Tobruk, a 200 km a est di Bengasi. Le autorità della Farnesina dichiarano che il parlamento ha un estremo bisogno di riunirsi per fare il punto sulla drammatica situazione nella quale versa la Libia e, se la riunione avrà luogo, sarà l’inizio di un lento e arduo percorso di rinascita nazionale.

Quello che preoccupa di più però sono i recenti combattimenti avvenuti a Bengasi fra il generale Khalifa al-Haftar, leader delle milizie in Cirenaica, e i terroristi della formazione Ansar al-Shari’ah legati ad Al-Qaida. L’attacco delle milizie islamiche si inquadra in un attentato alla sicurezza della città, in vista dell’imminente riunione del parlamento. Le preponderanti forze liberali presenti nell’assemblea rappresenterebbero infatti un pericolo politico non indifferente per gli estremisti.

Già da tempo il generale al-Haftar, con l’operazione “Dignità”, ha dichiarato una guerra aperta ai fondamentalisti islamici che minacciano la sicurezza e la stabilità del Paese. In questi ultimi giorni c’è stata una ripresa degli scontri proprio nella città di Bengasi, che ha visto le due forze in campo combattersi per il controllo del quartier generale delle forze speciali della brigata al Saiqa. Gli scontri, che secondo le stime hanno lasciato sul campo parecchie decine di morti, hanno visto la sconfitta delle forze di al-Haftar e l’insediamento di Ansar al-Shari’ah – che ha beneficiato dell’appoggio dei Fratelli Musulmani.

Mentre i terroristi hanno dichiarato alla televisione Al-Arabiya che la città è sotto il loro completo controllo, il generale al-Haftar controbatte che la sua è stata una ritirata strategica in vista di una massiccia controffensiva. Insomma, ci si attende un’imminente ripresa delle ostilità.

Ma non è solo la città di Bengasi che è al centro dei monitoraggi. Anche l’aeroporto della capitale Tripoli infatti è stato colpito dai recenti scontri. Questa volta le forze in campo sono le milizie di Misurata e di Zintan che si contendono il controllo del plesso, scalo nazionale ed internazionale. L’aeroporto è stato evacuato e resta inutilizzabile, lasciando così il Paese senza il suo principale collegamento con l’esterno. A causa poi di un razzo che ha inavvertitamente colpito uno dei più grandi serbatoi di greggio della regione – circa 9 milioni di litri – le forze in campo hanno stabilito una fragile tregua al fine di spegnere il potente incendio che sta distruggendo la principale fonte di finanziamento del Paese. Volano nel frattempo pesanti accuse da parte di Tripoli che accusa paesi come il Qatar di armare le milizie islamiche nel territorio al fine di destabilizzare la situazione nella capitale come è stato già fatto per Bengasi.

Dal punto di vista strategico militare, l’aeroporto di Tripoli fa gola a tutte le milizie presenti sul campo. Chi ne detiene il controllo infatti potrebbe beneficiare più di altri di preziosi rifornimenti aerei e di supporti logistici per le proprie incursioni armate. Se poi consideriamo la minaccia ISIS in Medio Oriente e le sue tentacolari diffusioni in tutto il mondo arabo, non è difficile dedurre che la conquista dell’aeroporto di Tripoli da parte di forze islamiste potrebbe rappresentare più che un problema per la sicurezza dell’Italia in primis e di tutta l’Europa mediterranea.

In tutto ciò le maggiori ambasciate europee hanno evacuato il loro personale diplomatico su suolo libico tranne l’Inghilterra e l’Italia. La presenza della nostra missione diplomatica se per alcuni rappresenta la classica prassi italiana di “rimanere fino all’ultimo” per vedere come volge la situazione, per altri invece potrebbe garantirci una posizione di preminenza rispetto agli altri attori internazionali nel processo di ricostruzione del Paese.

Un altro esodo accompagna quello dei diplomatici, ovvero quello della popolazione civile libica ed egiziana verso la Tunisia. Da lì infatti i profughi egiziani saranno in grado di raggiungere l’Egitto in aereo, evitando di attraversare la pericolosa zona della Cirenaica. La Tunisia però ha già avvertito che non sarà in grado di sopportare i flussi di 5000 persone circa al giorno e si appella all’ONU perché provveda all’emergenza umanitaria.