SALUTE. Tumore della prostata: età e familiarità i principali fattori di rischio

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I dati periodicamente raccolti e diffusi dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) meritano una riflessione molto attenta: il tumore della prostata è il più diffuso nella popolazione maschile e rappresenta quasi il 20 per cento di tutti i tumori diagnosticati nell’uomo.

Tuttavia, seppur nel 2020 le stime indicassero in oltre 36mila i nuovi casi registrati ogni anno su scala nazionale, almeno due elementi positivi venivano posti all’attenzione dell’opinione generale. Il primo: sempre in quell’anno e rispetto al 2015 la riduzione dei tassi di mortalità pari a circa il 16 per cento. Il secondo: la media del 92 per cento riferita alle persone ancora in vita a cinque anni dalla diagnosi. Percentuale piuttosto significativa se rapportata all’età avanzata dei pazienti.

«Fondamentale è saper distinguere il tumore prostatico, neoplasia maligna, dall’ipertrofia prostatica: ingrossamento benigno della ghiandola che ne fa aumentare le sue dimensioni. Ipertrofia e tumore – spiega il professor Sergio Leoni, specialista in Urologia del Salus Hospital di Reggio Emilia (Gruppo GVM Care & Research) – sono due malattie differenti e tra loro non correlate, ma che possono interessare anche insieme il medesimo organo. Cogliere i segnali dell’ingrossamento o le avvisaglie di un tumore molto più serio è basilare». Il momento “cruciale” è il passaggio sopra i 40 anni. Se nell’IPB i sintomi risultano abbastanza evidenti – flusso urinario ridotto o a tratti, sensazione di mancato svuotamento della vescica, bruciore e aumento della minzione specie la notte – nei casi di tumore, le fasi iniziali non danno sintomatologia e “per questo motivo la diagnosi precoce si rivela difficile”.

In proposito va aggiunto come l’incidenza – ovvero il numero di nuovi casi riscontrati in un certo lasso di tempo – sia cresciuta, soprattutto negli ultimi 10 anni, in concomitanza con la maggior diffusione degli esami specifici che hanno supportato proprio la diagnosi precoce: a iniziare dal test PSA, antigene prostatico specifico.

“Il tumore della prostata – chiarisce il professor Leoni – si presenta allorché alcune cellule all’interno della ghiandola si replicano a una velocità superiore al normale. Se viene trascurato, le cellule che causano la patologia possono diffondersi arrivando a invadere altre zone del corpo, vedi le ossa e i linfonodi”.

I principali fattori di rischio sono essenzialmente l’età e la familiarità. Ammalarsi prima dei 40 anni – lo abbiamo già ricordato – è un’ipotesi abbastanza remota. Il discorso cambia dalla quarta decade in su. In più, vi è il raddoppio del rischio di malattia in quanti abbiano un parente consanguineo colpito dalla medesima patologia.

In letteratura si è concordi nel dire che a differenza di altri tumori qui non esiste una prevenzione primaria ad hoc. Si preferisce parlare di regole comportamentali utili e facili da seguire giorno dopo giorno: non esagerare nel consumo degli alcolici; incrementare la quota di frutta, verdura e cereali integrali; ridurre sensibilmente i cibi ricchi in grassi saturi; mantenere il peso corporeo nella norma e, altro suggerimento fondamentale, controllare la circonferenza della vita (meglio se inferiore ai 102 centimetri). Sul versante della prevenzione secondaria è invece consigliata una visita urologica con dosaggio del PSA se uomini over 50; oppure over 45 qualora si ravvisi proprio la familiarità.

Marco Valeriani