SALUTE. Sangue nelle urine: sintomo da non sottovalutare

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Il campanello d’allarme c’è e suona pure forte: guai a ignorarlo. Mai lasciar correre, posticipando la visita dallo specialista di fiducia. Non valutare con tempestività uno dei sintomi più evidenti – la presenza di sangue nelle urine – può essere di pregiudizio alla cura del tumore alla vescica.

I dati del resto non mentono. Il 21% dei pazienti colpiti da cancro, scopre la malattia durante un controllo medico di routine o per altri problemi di salute. Mentre il 37% ottiene una diagnosi in quanto allarmato dall’ematuria. Infine, il 24% individua la neoplasia grazie agli esami effettuati dietro suggerimento della medicina di base.

I risultati del sondaggio condotto on line, coinvolgendo oltre 300 persone, dalla Società Italiana di Uro-Oncologia (SIUro) mettono l’accento sulla difficoltà della diagnosi precoce e sull’impossibilità, allo stato attuale, di veri e propri screening di massa.

«L’ematuria non significa per forza la presenza del cancro ma è fondamentale rivolgersi all’urologo per approfondire il quadro clinico».

In Italia ogni anno il carcinoma alla vescica colpisce più di 25mila individui tra uomini e donne. «Vanno eseguiti esami specifici – spiega Renzo Colombo, vice presidente della SIUro – soltanto per alcune categorie di professionisti a stretto contatto con determinati agenti chimici. Lo stesso dicasi per i tabagisti, cioè quanti fumano almeno 10 sigarette al giorno da oltre 10 anni. Da questo sondaggio – chiarisce Colombo – è emerso come l’83% dei malati fumasse nel momento in cui ha scoperto d’avere il cancro. Cosa è invece fattibile per gli altri potenziali pazienti? È necessario monitorarli, soprattutto se riferiscono sangue nelle urine».

E sul fronte dei trattamenti disponibili destinati a malati e specialisti, qual è lo stato dell’arte? «Otto pazienti su dieci sono in vita a cinque dalla prima diagnosi e ciò lo si deve pure alle nuove terapie. Più d’una – commenta Patrizia Giannatempo, medico oncologo dell’Istituto Tumori di Milano – le armi con le quali possiamo combattere e vincere un tumore molto insidioso: spesso gli specialisti fanno i conti con un carcinoma in stadio avanzato. Sotto il profilo dei farmaci, l’utilizzo dei chemioterapici – con azione citotossica – o degli immunoterapici consentono la riattivazione e il potenziamento del sistema immunitario dei soggetti. E in certe situazioni, vengono associati. Di contro, il 90% delle persone sottoposte a trattamento riferisce effetti collaterali importanti e impattanti sulla qualità della vita: nausea, vomito, stanchezza diffusa e malessere generale. Va però aggiunto che negli ultimi tempi i farmaci a supporto permettono un miglior controllo delle controindicazioni».

Non ultimo, il ruolo occupato dalla radioterapia. «Nell’affrontare il tumore della vescica – afferma Barbara Jereczek, direttore della Divisione di Radioterapia dell’Istituto Europeo di Oncologia a Milano e docente all’Università degli Studi nel capoluogo lombardo – alla radioterapia si ricorre specie nel trattamento trimodale: vale a dire in unione ai chemioterapici a seguito d’interventi chirurgici parziali. L’obiettivo sostanziale a cui si tende – e non è poi così raro raggiungerlo nei casi selezionati – è la conservazione dell’organo. La scelta dei percorsi terapeutici e le tappe della cura del malato, vengono messi sotto lente da un team multidisciplinare. La squadra composta da urologi, oncologi, radioterapisti e anatomo-patologi porta a erogare servizi assistenziali migliori».

Marco Valeriani