SALUTE. Cancro al seno, un coro di sì ai test genomici nei LEA

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L’88 per cento dei centri italiani di Senologia dice sì ai test genomici nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Tuttavia l’indagine compiuta da Senonetwork mette altresì in luce i troppi ritardi a livello regionale nell’applicare il provvedimento firmato dal ministro della Salute, Roberto Speranza.

Nonostante la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto attuativo risalga ormai al luglio 2021 – da qui lo sblocco dei 20 milioni di euro del Fondo dedicato all’applicazione gratuita delle analisi molecolari – l’eccessiva lungaggine burocratica continua a mettere in pericolo la vita di tantissime pazienti.

A fine 2021, il 39% dei centri senologici del Pese, davanti a una donna da candidare al test, ha dovuto rinunciarci – in quanto ne era privo – ricorrendo alla chemioterapia post-chirurgica con il rischio di somministrare trattamenti senza alcuna utilità.

Oggi – ecco perché si parla di situazione a macchia di leopardo – il 25% dei Centri non ha ancora l’opzione per la prescrizione gratuita degli esami e solamente il 48% degli ospedali – all’interno dei quali è presente un centro senologico – è riuscito a darsi un’organizzazione precisa volta al rimborso dei test genomici.

Una condizione superabile proprio grazie all’inserimento delle analisi molecolari nei LEA: inserimento ritenuto priorità inderogabile da 8 Centri su 10 visti i risultati del sondaggio Senonetwork a cui hanno aderito 102 strutture.

“L’indagine – spiega Lucio Fortunato del Direttivo di Senonetwork e Direttore della Breast Unit Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma – voleva prendere un’istantanea rispetto alla disponibilità dei test e quindi all’effettivo utilizzo e alle modalità del rimborso. Nel 73% dei Centri si è riscontrata un’implementazione dell’utilizzo a seguito del Decreto ministeriale, però ancora un quarto delle strutture è fuori dal processo”.

E come se ciò non bastasse, fa capolino la troppa eterogeneità del test; aspetto da ricondurre in toto ai differenti bandi di gara regionali.

“Bandi – chiosa Fortunato – da redigere invece in base a reali criteri scientifici, consentendo la prescrivibilità dei test ad alto tasso di validazione”.

C’è pure dell’altro. Spulciando il sondaggio si scopre che soltanto il 30% dei Centri ha disponibile il test genomico da oltre 1 anno, mentre il 65% lo ha da meno di 6 mesi!

“Anche in Italia, seppur il ritardo accumulato – si sta via via affermando tra i clinici la consapevolezza dell’importanza delle analisi – dice Rossana Berardi, Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), ordinario di Oncologia Medica all’Università Politecnica delle Marche e direttore della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti Ancona. L’indagine Senonetwork, infatti, fa vedere come nell’89% dei Centri sia chiaro il consolidamento della mentalità circa l’impiego dei test genomici quando si programma il percorso terapeutico dopo la sala operatoria”.

“Ridurre il ricorso alla chemioterapia equivale a risparmiare sotto il profilo economico oltre a comportare una buona qualità della vita. La disparità d’accesso ai test – commenta Rossana D’Antona, presidente di Europa Donna Italia – non può essere accettata. Occorre una decisione, da parte della Commissione LEA, che favorisca le migliaia di donne alle quali si potrebbe evitare un trattamento parecchio invasivo. Va assicurata tale possibilità, scongiurando cure aggressive e invalidanti”.

Marco Valeriani