SALUTE. Cancro al seno, terapie adiuvanti da rinforzare

88

Ogni anno, in Italia, quasi 55mila donne si devono confrontare con una diagnosi di tumore della mammella. «Neoplasia in assoluto più frequente in tutta la popolazione e in crescita costante».

Francesco Cognetti, presidente della Fondazione Insieme Contro il Cancro, spiega “come la terapia adiuvante della malattia radicalmente operata (tre i trattamenti proposti: chemioterapia, ormonoterapia e terapia biologica)” possa oggi considerarsi uno dei maggiori successi dell’oncologia dell’ultimo trentennio.

A fronte di un aumento dei casi, infatti, la mortalità delle pazienti è scesa di quasi 7 punti percentuali sul 2015. E ciò non solo grazie alla diagnosi precoce – vedi i programmi di screening – bensì in ragione dell’efficacia della terapia adiuvante. La sopravvivenza a 5 anni raggiunge così l’88% e mette l’Italia al vertice dei Paesi europei.

Tuttavia c’è un ma. Che appare parecchio evidente dai risultati del sondaggio online su 130 donne con carcinoma mammario in relazione all’assistenza ricevuta nel post Covid-19.

Più dell’80% del panel intervistato, teme ritardi nella disponibilità nel nostro Paese di nuovi trattamenti in grado di migliorare la sopravvivenza. Mentre il 72% del campione preso in esame, afferma come l’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus abbia distolto l’attenzione delle istituzioni dalle esigenze delle persone colpite dal cancro. Allo stesso tempo, il 93% del medesimo campione valuta positivamente l’eventuale rinforzo ed estensione della terapia adiuvante, nel dopo chirurgia, mirata a ridurre i rischi di recidive.

La maggior parte delle pazienti, circa 46mila, l’84% del totale, presenta la malattia in stadio iniziale e 7.000 (il 15% di quest’ultime) sono caratterizzate da un’iperespressione della proteina HER2.

«Queste pazienti – dice Pierfranco Conte, presidente Fondazione Periplo – vengono trattate con terapie personalizzare in base al livello di rischio derivante dalla dimensioni del tumore e dall’eventuale interessamento dei linfonodi dell’ascella».

«Le scelte terapeutiche – aggiunge Conte – hanno migliorato significativamente la sopravvivenza, rendendo la malattia HER2 positiva guaribile nella maggioranza delle donne senza però eliminare il rischio di un ritorno del tumore.

Purtroppo, una quota di pazienti – tra il 15 e il 20% – non è scevra da recidive, il cui picco d’incidenza si registra a 18-24 mesi dalla sala operatoria (in certi casi le recidive si palesano pure a 10 anni di follow-up)».

In gran parte le recidive virano verso la metastasi. Potenziare le terapie adiuvanti è dunque la via da percorrere allo scopo di abbassare le possibilità di ricaduta e innalzare il livello delle guarigioni complete e definitive.

Gli studi recenti dimostrano che i farmaci innovativi, aggiunti alle terapie standard a quel 15-20% di pazienti non ancora guarite, possono contenere ulteriormente le suddette recidive a distanza a 5 anni.

«Più guarigioni si traducono – conclude Conte – nel contenimento dei costi per medicinali, visite e ospedalizzazioni e, a ruota, per l’intero sistema sanitario».

Il sondaggio online ha, inoltre, messo sotto lente il ruolo della telemedicina: il 57% delle donne con tumore al seno lo ritiene strumento valido da reiterare nel dopo Covid-19. Il 78% specifica invece che il monitoraggio non in presenza da parte degli specialisti, debba riguardare più in dettaglio chi assume terapie orali.

Marco Valeriani