
Quasi contemporaneamente, l’Esercito Popolare di Liberazione cinese e le Forze Armate statunitensi hanno preso due strade differenti in tema di vaccinazione per chi veste l’uniforme.
Mentre il PLA ha continuato le sue annuali di vaccinazione di massa, il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha annunciato che i militari americani non saranno più obbligati a vaccinarsi contro l’influenza: una rottura con una prassi in vigore quasi ininterrottamente dal 1945, riporta AT.
La decisione rivela una spaccatura filosofica sul confine tra il singolo soldato e lo strumento collettivo del potere nazionale.
La nuova politica statunitense, firmata il 21 aprile, rende volontaria la vaccinazione antinfluenzale stagionale per tutto il personale in servizio attivo e di riserva, nonché per i dipendenti civili del Dipartimento della Difesa, mantenendo l’obbligo vaccinale contro morbillo, parotite, poliomielite e altre malattie. La motivazione dichiarata è “autonomia medica” e libertà religiosa.
L’Esercito Popolare di Liberazione, al contrario, considera la vaccinazione di routine una normale estensione della protezione sanitaria delle forze armate, più vicina, per logica, ai test di idoneità fisica che alle decisioni mediche personali. Stessa regola seguono gli eserciti “occidentali”, da Singapore a Israele al Regno Unito, che mantengono calendari vaccinali non negoziabili senza per questo essere definiti illiberali.
Il nuovo atteggiamento americano introduce l’idea che il sistema immunitario di un soldato sia, per definizione, proprietà privata; con tutto ciò che ne può conseguire.
La domanda quindi diventa: gli eserciti possono gestire un virus respiratorio che prospera in cuccette, caserme e navi condivise, una preferenza personale alla volta?
A ben guardare, circa 45.000 soldati statunitensi morirono di Spagnola, influenza, durante la Prima Guerra Mondiale e, per gran parte della storia militare americana, le malattie hanno causato più morti tra i militari rispetto ai combattimenti.
I ricoveri ospedalieri per influenza tra le reclute, che vivono negli alloggi più densamente popolati, sono circa dieci volte superiori rispetto alla media delle forze armate. Su un sottomarino o in una base operativa avanzata, un’epidemia non è un semplice inconveniente personale, ma un problema che compromette la capacità operativa della missione.
I pianificatori cinesi, che operano con una forza armata sempre più orientata verso operazioni di spedizione e dispiegamenti navali di lunga durata, sembrano aver interiorizzato questa logica senza esitazioni. Gli Stati Uniti, che hanno contribuito a definire le moderne strategie di tutela della salute delle forze armate, stanno ora conducendo un esperimento, a voler essere generosi, per verificare se l’adesione volontaria possa replicare la copertura vaccinale obbligatoria.
I ricercatori nel campo della sanità pubblica avvertono che l’obbligo vaccinale è lo strumento più affidabile per raggiungere l’immunità di gregge in popolazioni chiuse. Se il tasso di adesione alla vaccinazione negli Stati Uniti dovesse diminuire significativamente, l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) godrebbe di un non trascurabile vantaggio in termini di prontezza operativa durante i periodi di picco delle malattie respiratorie, senza sparare un colpo né rilasciare dichiarazioni.
Il costo culturale è altrettanto pesante: quando i vertici del Pentagono definiscono una misura preventiva “eccessivamente ampia e irrazionale”, comunicano alle forze armate che la medicina preposta alla prontezza operativa è ideologicamente connotata.
L’influenza è solo il primo passo: chi pianifica la gestione di minacce come l’antrace, varianti pandemiche o agenti biologici modificati si trova ora ad affrontare un contesto diverso, in cui le truppe potrebbero legittimamente chiedersi perché questo vaccino sia obbligatorio quando quello dell’anno scorso non lo era. Gli avversari che investono nella deterrenza biologica interpretano attentamente questi segnali.
La politica dovrebbe essere una politica di prontezza operativa piuttosto che una politica di guerra culturale. Secondo una tale dottrina, la vaccinazione antinfluenzale sarebbe richiesta laddove la giustificazione operativa sia più forte: addestramento reclute, navi, sottomarini, unità aeree, strutture mediche, forze di dispiegamento rapido e missioni all’estero.
In contesti a basso rischio, le esenzioni ci sarebbero, ma legate al rischio della missione, non all’identità ideologica. Il vaccino antinfluenzale è un evento medico banale; quello che c’è dietro non lo è affatto: si codifica il modo in cui uno Stato comprende la relazione tra l’individuo e la missione, tra coscienza e coesione, tra libertà e forza.
Come i pianificatori militari hanno imparato a loro volta in ogni generazione dal 1918 al 2026, la biologia non perde la sua efficacia solo perché una politica la definisce personale.
Maddalena Ingroia
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