Riad. Dal sostegno al contrasto del terrorismo

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ARABIA SAUDITA – Riad 07/07/2014. Fino a non molto tempo fa, le attività di gruppi come Isil, Jabhat Al Nusra, Asa’ib Ahl Al Haq o una qualsiasi altra di simili organizzazioni, parte della galassia di al Qaeda, avrebbero ricevuto aiuto dall’Arabia Saudita.

Anche se Riyadh ha sostenuto diversi gruppi anti-comunisti, ricorda Gulf News, alla fine della guerra fredda contro i sovietici in Afghanistan e, in seguito ha cercato di renderli inoffensivi, soprattutto dopo il ritiro della cittadinanza a Usamah bin Laden nel 1994, sono rifiorite recentemente le accuse secondo cui il Regno, contenendo conto delle conseguenze, ospita molti militanti islamici rientrati da Siria e Iraq.
La realtà è però ben diversa. Già all’indomani dell’attentato alla USS Cole nello Yemen, 12 ottobre 2000, gli attacchi dell’11 settembre 2001, e soprattutto dopo gli attentati a Riad 12 maggio 2003, i leader sauditi hanno intensificato i loro sforzi per perseguire chi volontariamente entri in questi gruppi per combattere, confiscando i loro conti correnti e beni finanziari, nonché intensificando l’approccio “culturale” al problema, con l’intento di rieducare e modificare le por mentalità.
Inoltre, con il peggioramento della situazione in Iraq e Siria, le autorità saudite hanno deciso che fosse necessario creare un quadro antiterrorismo più robusto, da qui nascono le nuove misure (AGC: Allarme rosso per Riad)
Dal marzo 2014, infatti, il Regno ha intrapreso una lotta sempre più diretta contro i militanti islamici; ha dato all’Onu 100 milioni di dollari per istituire un centro anti-terrorismo, e ha avvertito i giovani sauditi che sono andati in Siria o in Iraq di rientrare entro breve per ottenere la grazia, chi si fosse rifiutarti di farlo sarebbe stato considerato latitante e quindi passibile di arresto e di successivo procedimento.

Riad poi, fatto senza precedenti, ha messo nella lista nera i Fratelli Musulmani, insieme con Hezbollah, Isil, e Al Nusra, definendoli organizzazioni terroristiche; ha aumentato le pene detentive per i sauditi catturati mentre combattevano all’estero, condannandoli a 20 anni, e ha promesso di punire i «gruppi estremisti religiosi e ideologici, o quelli classificati come gruppi terroristici, a livello nazionale, regionale e internazionale».
Re Abdullah Bin Abdul Aziz è stato chiaro nel suo regio decreto in cui definisce criminale chi appartenga, sostenga (anche finanziariamente), combatta o anche simpatizzi con uno dei gruppi succitati sia «con la parola che con la scrittura».
Naturalmente, mentre la maggior parte dei sauditi appoggiate simili iniziative, alcuni religiosi nel consiglio fatwa, si ​​sono opposti e in anonimato hanno sostenuto Isil su social media come Facebook o Twitter, mezzi sì diffusi ma limitati in Arabia Saudita. Troppo spesso i religiosi hanno emesso fatwe che hanno incoraggiato i giovani sauditi ad andare nelle aree di conflitto ora sotto il controllo di Isil ed era improponibile, affermai quotidiano, rieducare gli esperti, si tratta di una proposta a lungo termine che richiede pazienza e perseveranza. Sorprendentemente, proprio mentre Riad diventava assai dura contro i militanti islamici, molti siriani, libanesi, iraniani, cittadini occidentali, tra cui francesi, britannici e americani, si sono uniti ad Isil.